Centotrentunesimo

Durante la domenica lavorativa, mentre manifestavo un insolito buonumore crescente di spettatore in spettatore propinante le stesse domande esistenziali sulla durata di questa/quella pellicola, stavo leggendo il seno di Philip Roth. Ho rotto il digiuno sabbatico di sette giorni dalla scrittura e lettura (digiuno obbligato a causa di un appesantimento cerebrale dovuto ad una cura antibiotica discretamente sfiancante dopo un intervento chirurgico) per colpa del Sole 24 Ore ed il suo inserto a cinquanta centesimi. Siccome il seno ancora non l’avevo letto ed ero morbosamente incuriosito dalla prospettiva di leggere come quell’alchimista poco ebreo potesse descrivere le esperienze sensoriali ed umorali di un uomo trasformato in tetta gigante, ho ceduto.

Dicevo, stranamente l’umore si dipanava inversamente al solito. Principio con umore da assassino seriale e fine con umore da benefattore mondiale, così mi sono trovato fra le mura domestiche canticchiando qualcosa che nemmeno ricordo e sistemando quelle poche cose fuori posto. E dovevo controllare Tony, il pesce che Jack aveva portato dopo pranzo a casa mia a tradimento, aggirandomi con la scusa del caffè. Tony sta bene. Ora ho un pesce rosso rosso, ed un pesce rosso nero. Non sono né tifoso del Foggia, né del Milan. Sono smutandato, accanto al materasso, con la punta del piede mezza infilata nel pantaloncino da notte (sì, e allora?) quando

MIREFA-SOL DOSIRE-MI SILADO-MI LAAAAAAAAAAAA

…Prima o poi cambio suoneria, giuro.

Pantaloncini a terra, telefono agguantato. Fuori si sentono gli scoppi di fuochi d’artificio. Come comincia il caldo, ogni sera a Roma sparano fuochi d’artificio. Jack.

J: Nic, dai cambiati che andiamo al Ritual.
N: No, non ci vengo. Non mi piacciono quelle robe lì.
J: Dai cazzo! E’ la serata di chiusura. Tanto nel guardaroba sei pieno di roba nera, ecco, evita i jeans. Ho la tessera.
Dopo un paio di secondi in cui ho accumulato e condensato tutta la resistenza che avevo voglia di opporre
N: Dammi dieci minuti e sono pronto.

Il Ritual. Si tratta di serate particolari svolte nelle notti romane. L’unica descrizione pervenutami a riguardo consisteva nella mimica facciale allibita e semi-shockata di Mauro intento a raccontarmi quando Jack l’aveva portato ad una di quelle serate mesi prima. « Nic, e quello, dopo che si è messo degli spilli nel pisello, si è anche infilato dei petardi nel culo
Ricordo di aver pianto dal ridere dopo questa descrizione. Ora ero effettivamente un po’ preoccupato.

Scegliere l’abbigliamento è stato facile. Forte del recente cambio di stagione ho dato sfoggio degli abiti usati durante l’ultimo concerto con la band, così potevo andare sul sicuro. Prima si doveva passare a prendere la ragazza di Jack con una nuova coinquilina. « Simpatica, ma che parla troppo » sarebbe stata la breve introduzione a riguardo.
Per la cronaca, ero inconsapevole del tema serale. Cioè sapevo vagamente che le serate del Ritual fossero strane, ma non sapevo che armeggiassero attorno a diverse soluzioni prospettiche nell’ambito delle perversioni più o meno diffuse.
BDSM. Che a prima vista sembra l’acronimo di un sistema di sicurezza per le automobili di nuova generazione, ma che no, non è esattamente quello.
BDSM da wikipedia. Che ho paura di non trovare le parole adatte.

Serata Ritual

Questa è l'immagine della serata in oggetto sul sito ufficiale

Dunque, non cerco di nascondermi. A me quelle robe lì non piacciono, come ho detto e scritto prima. Se dovessi scegliere fra lacci, laccetti, frustini, latex, lattice e cera d’api, oppure fragole, panna (nel mio caso vegetale per evitare fastidiosi effetti collaterali), cubetti di ghiaccio, acqua di cioccolato e pennelli a setole morbide, sceglierei a spada tratta le seconde proposte. Colpa di 9 settimane e 1/2. O merito?

Il locale è piccolo, a misura d’uomo. Non fosse per la gente che sembra venuta fuori da Giochi di Morte e gli strani oggetti disseminati qua e là, la situazione sembra tranquilla. Non c’è musica nella sala più grande, mentre nella saletta piccola c’è un mix di elettrogoth con sfumature porno. Uh guarda… cosa ci fa lì una croce di Sant’Andrea? Che carino, sembra una panca da palestra, ma perché quel cuoio grezzo? Il legno non è levigato. Ma è a norma? La 626? E quei laccetti lì a cosa servono esattamente?.

Dopo aver sostenuto una conversazione pseudoculturale sull’inutile utilità degli ismi generalizzati nelle zone definite occidentali con due ragazze dal saffico aspetto, le ritrovo a giocherellare fra loro. Una era dentro una gabbia grande quanto quelle gabbie che fanno vedere nei film ambientati durante la guerra del Vietnam, con i piedini nudi che sporgevano dalla parte superiore, e l’altra glieli solleticava. Conosco gente che potrebbe uccidere per molto meno. Dopodiché tutti si accalcano in fondo alla sala. C’è lo spettacolo.

Lo spettacolo consisteva in un telo bianco con una minuscola fessura al centro. Con molta fantasia poteva sembrare un candido condotto vaginale. Da quel foro ne esce una gamba femminile nella posizione della gamba alzata nell’attitude croisée dietro, che sgambetta un po’ di qua e un po’ di là. Poi esce un l’altra gamba… hey, ma quello è un culo senza la maschera! Mentre le gambette roteavano sospese a mezz’aria mostrando tutti gli orifizi del caso, mi tornò alla mente un dipinto di Giger. Per l’esattezza questo:

H.R. Giger - Passage

H.R. Giger - Passage (Si tratta di un'evoluzione dell'imboccatura per lo scarico dei bidoni della spazzatura della sua Chur, in Svizzera)

Dopo qualche minuto di sfoggio di grandi e piccole labbra e chiappe e gambe sospese a mezz’aria, la ragazza usciva completamente dal foro lenzuoloso. Era completamente nuda con una cuffia bianca in testa. Fece un inchino per concludere lo spettacolo.

A quel punto avevo perso i miei compagni di viaggio e Cazzo, ma quella lì l’ho vista pi di una volta da qualche parte! Dove? Al cinema? Al Qube? Sì, cioè, non con quelle calze a rete, e nemmeno con tutte quelle corde addosso e le mani legate dietro. Ma tu guarda! Chi l’avrebbe mai detto! C’erano diverse ragazze intente a farsi annodare più o meno come fa il norcino quando deve legare il salame. Di fatto, stavano tenendo un seminario sui nodi. Niente che un buon ammiraglio non possa insegnarti a dovere, eh. Qui per chi vuole approfondire. LINK.

Stavo chiacchierando con una programmatrice – là dentro mi sembrava l’unica vestita a modo -, e scopro che per questa serata non si era vestita di latex solo perché era domenica e per la notte non sarebbe andata a dormire, ma direttamente in ufficio. Programma in Java(script) e php e si lamenta perché è sottopagata. Si avvicina chiedendomi da accendere una ragazza bellissima. Era quella dello spettacolo, con i capelli sciolti e vestita non l’avevo riconosciuta. Non ricordo il nome, probabilmente mentre me lo diceva stavo unendo le lentiggini su quel viso d’angelo per vedere se saltava fuori un cuoricino. Era Canadese. L’acme prima che me ne andassi è stato « I hate to be sexy. I want to be interesting. »
You can be whatever the fuck you want. L’ho pensato, ma non gliel’ho detto. Ero rimbecillito più di quanto non sia rimbecillito normalmente. L’ho salutata prima di cercare gli altri. La programmatrice era sepolta da quest’ultima ed alle prese con dei tipi che le stavano dando pacche sul culo.

La coinquilina della ragazza di jack intanto si stava facendo legare alla croce di Sant’Andrea dai compagni di viaggio. Fissò il mio negroni come se avessi in mano un diamante da mille carati e poi guarda me con gli occhi più cerbiattosi dell’universo.
« Mi dai la fetta d’arancia? » Braccia e gambe legate.
« Ma veramente mi accontento di ballare un pochino e di guardarmi attorno… Non posso fare lo spettatore e basta? Guarda, il mio coinvolgimento è già all’apice così e non vorrei che… E stavo cercando il ba… »
« Daaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaiiiii! »
Simpatica, ma che parla troppo. Poco.
Ho guardato la fetta d’arancia seduta fra i cubetti di ghiaccio dentro il mio bicchiere come se stessi guardando un piranha dentro una palla per i pesci. Colpa di 9 settimane e 1/2.
Ebbene sì, l’ho fatto, l’ho fatto. Ho preso quel cazzo di spicchio d’arancia e l’ho imboccata come avrei potuto fare con una nonnina dentro un ospedale geriatrico. Va bene?
No, non va bene. Lei non era una nonnina e non si è comportata esattamente come mi aspettavo si comportasse. Non si è comportata come la nonnina dei miei pensieri.

I fremiti partivano dalle ascelle e proseguivano giù giù, fino là, sì, là. E anche più giù, e non capivo cazzo, l’arancia non c’ha mica tutto quel succo e che bisogno c’è di fare così con le mie dita cazzo, non mi ricordo nemmeno come ti chiami e d’accordo eravamo qui per divertirci, ma già che ci siamo… che a me, ti dicevo, non mi piacciono quelle robe lì, ma non mettere in mezzo il cibo e no con i cubetti di ghiaccio non faccio nulla e poi c’è questa musica che va in crescendo e poi si ridistende e poi che bisogno c’è di tenerti legata adesso perché vedi, il cielo è scuro nella notte e limpido come non mai per la brezza leggera – il Ponentino dicono i Romani – che soffia da quando è calato il sole e le stelle sono là che le puoi vedere davvero bene e allora allunga le mani, se per un attimo non ci pensi hai quasi la sensazione di afferrarle e portarle via con te.

3 Commenti

  1. Lord B

    eppur si muove! qualcosa.

    …sempre un piacere, ma stavolta di più… back to life, ma non troppo, mi raccomando, che poi fa male…

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  2. Gianluca

    Vorrei scrivere qualcosa ma non lo scrivo….

    Tanto hai già capito, vero? 😉

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  3. G.IB.

    Anche io ora vorrei scrivere qualcosa, ma non lo scrivo.

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