Centocinquantasettesimo

Devo tornare indietro di qualche anno. Far scolare tutta l’acqua passata sotto ai ponti attraverso il mio setaccio mentale, scassinare i compartimenti stagni in cui ho depositato i ricordi, prendere tutti quelli che lo riguardano e rileggerli. Daccapo.

Jack s’è sposato. Che scritta così sembra un’ineluttabilità negativa, ma non lo è affatto.
La cosa strana di tutta questa faccenda è che per poco non piango. Sto invecchiando, Dio bono!
Sto parlando di quel Jack cicciottello e rasato a zero, con delle convinzioni inquietanti, rapidità di elaborazione mentale, pigrizia mnemonica ed un cuore incredibilmente, fottutamente, ingiustificatamente, sorprendentemente, inspiegabilmente (per questa discutibile prima decade del terzo millennio), grande. GRANDE.
E grande lo è diventato nel giro di poco tempo, ma a differenza della maggior parte della gente che conosco, passata attraverso un percorso fatto di scelte snocciolate nel tempo, lui non ha avuto scelta.

Ci sono delle volte in cui anche le storie più difficili e dolorose hanno sviluppi positivi. Sentirne dire, nella realtà e non in un film o un libro, è già una cosa sorprendente. Viverla da vicino, una storia così, è una magia.

C’è stato un periodo della sua vita dove inconsapevolmente si è trovato a fare l’equilibrista fra una vita normale ed una vita completamente storta, e se anche gli eventi l’avessero portato ad essere qualcosa di peggiore, brutto, non si avrebbero avuto in mano elementi per poterlo accusare di qualcosa.

Su determinate situazioni lui la scelta non l’ha avuta. Se l’è trovata. Impacchettata male, scomoda, spesso affrontata con la leggerezza che solo ridosso ai vent’anni puoi avere, su problematiche capaci di far sfociare un adulto medio in un mare di ricette mediche e gocce ansiolitiche, lui ne è uscito a testa alta, senza piegarsi ai tetri pendenti che portano a lasciarsi andare. Lui non l’ha fatto. Lui no.

Lui è Jack, il ragazzotto che mi ha accolto il primo giorno di lavoro al bar del cinema, spiegandomi tutto quello che dovevo fare e come lo dovevo fare.
Quello che mi ha portato a conoscere la sua Roma, che capitombola su ragionamenti astrusi che di per sé hanno anche una logica, non fosse per la smentita della realtà dei fatti, ma questo non conta un cazzo. La sua velocità elaborativa è sopra la media, intendiamoci. Gli è sempre servito solo qualcuno che si prendesse la briga di non limitarsi a negare quello che diceva, ma si fermasse a raccontargli le cose. Che poi le avrebbe assorbite come una spugna.

Lui è quello che mi ha raccolto nei miei effimeri ed infinitesimamente più inutili periodi cupi, se di questo vogliamo parlare – ché di seghe mentali si trattano -, quando per se stesso non ha mai chiesto nulla anche quando si è trovato davanti a quel baratro enorme che è l’affrontare gli irreversibili. Quelli della vita vera e non quelli legati a possesso, gelosia, o cazzo che sia. C’è sempre stato se poteva, indipendentemente da tutto.

Lui è quello al quale per poco non rompo il setto nasale in una notte sbronza ancora poco chiara.

Lui è quel ragazzo che è diventato uomo, ma forse non bisogna dirglielo, altrimenti si spaventa, anche se ho la convinzione che lo sappia. Solo che lo tiene per sé. Come tutte le cose importanti a cui tiene: chiuse dentro di sé e coperte da un telo affinché non si impolverino mai troppo.

Non me ne voglia Ste se non ho parlato di lei, ma Jack l’ho visto mutare, anche grazie a lei: soprattutto grazie a le. E meno male.
Un giorno, quando sarete dall’altra parte del mondo, ricordatevi di me. Non si sa mai che finisca per raggiungervi, il giorno che mi sarò rotto le palle di questa penisola in cui le bugie hanno un caro prezzo.
Voi siete una delle poche cose belle degli ultimi anni.

Ste & Jack

Ste & Jack

1 Commento

  1. fra

    viva i sposi!

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