Centosessantatreesimo

Ormai è appurato: a noi occorre prendersi meno sul serio. Me lo ripetevano amici che vivono dall’altra parte del mondo, amici che vivono fuori dallo stivale, e ultimamente c’è pure stato un articolo su Meryl Streep che ci spingeva a prenderci meno sul serio.

Io meno sul serio mi prenderei molto volentieri, ma ci sono situazioni in cui scherzare viene veramente difficile.

Viene difficile in questi giorni di notizie catastrofiche sui giornali, in televisione.
Viene difficile sulla faccia della gente che prende la metropolitana qui a Roma: sempre meno sorrisi, e la sensazione che lo stato d’animo imperante sia rinchiuso all’interno di una recinzione precaria, lasciandone trapelare la disperazione e mostrando piccoli segni di cedimento un po’ di qua ed un po’ di là.
Viene difficile quando ci si rende conto che determinate realtà, per quanto piccole o grandi siano, in un modo o nell’altro marciano nella direzione che conviene a (pochi) loro, col risultato di disfare tutto.

E’ ora di dircelo chiaramente, guardandoci in  faccia: siamo bravi, la mia generazione è molto brava professionalmente, come quella subito prima e come quella subito dopo. Ma finché continueremo a marciare sul filo del mero interesse, tagliando la testa al futuro e cercando di spremere il più possibile il presente, si arriverà al punto che da spremere non c’è più nulla, e qualcun altro che ha semplicemente avuto la capacità di guardare un po’ più avanti, prende il tuo posto.

Non è più il tempo dei pesci piccoli, abbiamo voluto la globalizzazione, ma non vogliamo starne alle regole.
E le regole sono che il migliore vince.
In un periodo di vacche grasse si può anche pensare di stare al passo con la concorrenza, accontentarsi, ma il problema sorge con le vacche magre in cui solo chi è capace a mettersi in gioco, di cambiare le modalità di un meccanismo appena sufficiente alla sopravvivenza per cominciare a correre e pensare non tanto a quanto possano fare i concorrenti, ma a cosa possa migliorare la tua condizione in base alle necessità, a tutte quelle stronzate di domanda/offerta che economisti e professionisti si ostinano a definire complesse, ma che in spicciolo si risolvono in questioni umane.

Succede allora che fingendo di non vedere meriti e demeriti la situazione perda il controllo, ed una realtà difficilmente replicabile si sgretoli pian piano cancellando anche l’unica possibilità di rinascita.

Se da queste parti non ci sono arabe fenici, è perché c’è sempre qualcuno che riduce in cenere. Anche quel poco di bello che può aver creato.
La distrazione dalla gratificazione, dai riconoscimenti, dal rapporto umano non può produrre niente di buono in una realtà poco propensa a ironizzare su se stessi come nostra.
Ed il risultato sotto i miei occhi, in questo periodo, è che senza queste considerazioni si finisce soli con in mano un pugno di quello che è stato, di quello che potrebbe essere stato, e di quello che non sarà mai.

 

3 Commenti

  1. LordB

    holy words… concordo in pieno…

    e come tutte le volte… è sempre un piacere. 🙂 anche se il post è un po’ tristemente realistico o realisticamente triste, fate voi…

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  2. fra
  3. Gianluca

    L’europa ne tiene conto eccome di quelle statistiche.
    Infatti quando è stato fatto presente ai Tedeschi han detto “ah siete ricchi? beh compratevi voi il vostro debito. Perché dobbiamo garantirlo noi?”
    E così sta succedendo. Tasse, tasse e ancora tasse. E il debito se lo stan comprando le nostre banche anziché erogare credito ai consumi e all’economia reale.
    Il problema è che così facendo ci stiamo strozzando da soli.
    Ma ai tedeschi va bene. Si tolgono dalle scatole un po’ di concorrenti e si comprano le nostre aziende sane a prezzo scontato (Lamborghini, Ducati…) e non solo i tedeschi s’intende…
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/litalia-preda-delle-compagnie-straniere-acquisizioni-2011-totale-miliardi/185740/

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