Centosessantaseiesimo

La prima volta che ho avuto a  che fare con un paio di sci avevo sei anni.
Gli zii mi portarono a Pila, in Valle d’Aosta, e durante il viaggio d’andata raccontai a mia zia il sogno che avevo fatto la notte prima di partire. Un sogno talmente coinvolgente e significativo che al giorno d’oggi non l’ho ancora dimenticato. Di questo ne parlerò un’altra volta.

Ricordo poco delle lezioni di sci fatte, ricordo però di aver rischiato la vita quando scendendo quella che i maestri di sci chiamavano “strada dei puffi”, persi il controllo ad una curva più stretta delle altre, e finii seduto sull’orlo del baratro con gli sci attaccati ai piedi che fluttuavano nel vuoto.
La situazione cominciò a farsi sempre più drammatica quando realizzai che non ero stato proprio io una frana, ma che quella curva si prestava a fare lo scherzone ai poveri sciatori in erba, cosicché il bimbo partito dopo di me finì per fare la stessa cosa, ma invece che finire sul ciglio fini dietro di me, e così fu per quello dopo e la bimba dopo ancora, un trenino della morte di bimbi seduti in cui io avevo avuto il privilegio non richiesto di fare la locomotiva.
Quando il maestro mi tirò su dal ciglio ricordo di aver avuto solo un centimetro del mio magro sedere a contatto con la neve della pista. E che gli avrei baciato i piedi per avermi salvato la vita. Come dice la legge di Murphy: tutto è bene quel che finisce.

Fino agli 11 anni, non mi era più capitato con alcuna regolarità di tornare su una pista da sci. Poi cominciarono le scuole medie, un seminario, nel mio caso. Presente quel posto pieno di preti e di aspiranti tali? Ecco. No, non ci dormivo dentro e no, non mi hanno mai molestato. Tutto sommato erano brave persone i preti che mi hanno formato, là dentro.
Comunque, per i tre anni di medie ogni anno, a febbraio, c’era la settimana bianca, sette giorni di ritmi vitali da fare invidia alla voglia di morire che pervade oggigiorno la gggioventù, e bagaglio di ricordi difficilmente removibile dalla testa.

Dopo quei tre anni il mio approccio con gli sci è andato via via scemando, finché un bel momento non mi misi in testa di imparare ad usare la tavola da snowboard. Una cosa che non esisteva, o se esisteva ancora non si vedeva qui in Italia, quando ero bimbo.
Essendo stato un non-disdegnatore di skateboard, perché non provare anche la tavola sulla neve…

Così mi devastai polsi e ginocchia sulle piste in Trentino, in Lombardia.
Arrivando dalla scuola sci, la parte più difficile nell’usare la tavola da snow è quando si tratta di scendere dando le spalle alla valle. Con gli sci sei sempre con gli occhi puntati sotto, ma con la tavola se vuoi fare una discesa a foglia morta mantenendo sempre la stessa gamba davanti devi dare le spalle a sotto, e lì vado in palla.

Un’altra cosa particolare è che nelle ultime due (con quella di dove voglio arrivare sono tre) volte che sono andato su una pista per snowboardare, la prima avevo dolori sparsi in tutto il corpo e non ricordo per quale motivo, la seconda volta un dito della mano rotta, e ciononostante, in tutti e due i casi, mi sono fatto le mie giornate sulle piste.

Capita così che compie gli anni una collega e come regalo si decida di pagarle un weekend sulla neve.
Facendo fronte e conto delle possibilità economiche di tutti, ci organizziamo ed alla fine salta fuori un gruppo di sei persone.
Non vedevo davvero l’ora di andare su una pista da sci di nuovo, anche se non capivo quale fosse esattamente il motivo di tutto questo entusiasmo. L’avrei capito dopo.

“Io odio il freddo!” non è puffo brontolone, ma sono io e credo di aver fatto di questa frase un mantra caratteristico e rappresentativo di me a 360 gradi.

La partenza era fissata per sabato mattina, così il venerdì sera, per non farmi mancare nulla, ho cominciato ad accusare i primi sintomi influenzali.
La colazione del sabato mattina è stata a base di speck (avevo finito il bacon), uova, pane tostato e mezza tachipirina 1000.

Arrivati sul posto abbiamo prontamente affittato le attrezzature e prenotato due ore di lezione.
Il mio stato febbrile avanzava così mi sono dato ad una di quelle medicine da sciogliere in acqua calda che hanno un sapore improponibile, ma che mi ha permesso di affrontare la giornata sulla pista come se fossi un figlio delle Alpi.

Ed è stato con la prima discesa continua, senza appoggiare il culo per terra o senza dovermi fermare a metà pista che mi sono ricordato il perché mi piaceva tanto sciare: durante la discesa è come se la mente si arrotolasse su se stessa, permettendomi l’abbandono in pensieri di tutto un insieme e guardarli a distanza. Mi chiudo in cicli sognanti altrimenti impercettibili e poi evado, m’abbandono in divagazioni all’apparenza senza logica ed il senso logico lo trovo. Gli ostacoli, la pendenza, le manovre, tutto viene naturale senza disturbare il ciclo di pensiero, anzi contribuendo a portarmi lontano da quelle che possono essere le preoccupazioni quotidiane in un modo tanto reale e tangibile da essere decisamente un sostitutivo a tutti i metodi d’evasione più o meno leciti e meno sani conosciuti.

La notte è stata una delle peggiori che ricordassi, fra cattiva respirazione e sudori freddi, però ne è valsa la pena.

E se non riesco a scriverne con l’accuratezza  e l’enfasi che vorrei è solo perché non sono ancora del tutto guarito, ma come ho fatto a dimenticare questa sensazione, non lo so davvero.

Nic Neve

Ecco, stavo così. Ma ero felice eh. Davvero!

 

5 Commenti

  1. fra

    finalmente un pò di vita! 😀

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  2. apheniti

    Ok, io soffro di vertigini. Mio fratello si è convinto che il modo migliore per farmi guarire è PORTARMI IN MONTAGNA CON LUI a fare snowboard.
    Dopo aver letto il tuo post non so se essere ansiosa di provare la sensazione di vuoto della mente con cui hai descritto la discesa o impanicarmi perché “baratro. vuoto. vertigini. altezza. discesa. spalle alla discesa. oddio no no no no scordatevelo. neanche morta. neanche dopo morta. neanche in versione fantasmino.”

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  3. LordB

    Ok, questo tuo aspetto mi era sconosciuto.

    QUELLA collega?

    Lascia fare… la conosco quella sensazione… di estraniazione e di sdoppiamento, una parte di te è lì a coordinare i movimenti per lasciare l’altra parte a vagare…

    e… per me… galeotta fu una piega in moto fatta seriamente, dopo 20 anni, a ricordarmi questa sensazione…che mi ha fatto riprendere in mano la moto…

    Sarà l’abbigliamento da Bibendum, il pupazzone, altrimenti chiamato “omino michelin”, ma sembra che finalmente hai messo su un paio di kg… o sbaglio?
    comunque… no, no, bella faccia… ahah!

    ah, quasi dimenticavo, è un piacere, as usual. 🙂

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  4. Nicola

    @Fra hai visto? Ogni tanto ci si rianima anche qui!

    @Aphe guarda, con le fobie non saprei che consigliarti perché non ne ho mai avuta una, quindi viene facile dar consigli quando non si ha idea di cosa si tratta. Se però posso darti un consiglio, provala la tavola, e tieni salde le mani di tuo fratello le prime volte (ti guiderà lui nella discesa), poi vedi come ti prende. E se ti prende bene, credimi: OSSIGENO.

    @LordB non credo di aver messo su ancora qualcosa, però è un mese che sto tenendo il ritmo di 5 (cinque) pasti al giorno. Ho deciso di fare un po’ di cambiamenti, e ho visto che lo stomaco non pare affatto dispiaciuto, anzi. Anche qui il discorso è lungo, ti racconterò!

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  5. LaSedia

    Bellissimo, mi hai fatto venire in mente la mia prima lezione collettiva di sci, le gambette che si aprivano in una sgraziata e goffa spaccata anche stando ferma, i tentativi disperati di riunirle, le racchettate sul culo di quella merda di istruttore che ci sapeva fare coi bambini come un amorevole vicino di erba, le scalette a sci paralleli quanto due binari che si incrociano, mentre mi sembrava di scalare l’annapurna e le mie lacrime di umiliazione, sotto gli occhiali di plastica della barbie.
    Tornai sulle piste solo 15 anni dopo, ma col bob.
    Insomma, in realtà volevo dirti: bel blog.

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