Siamo solo di passaggio e mai nessuno che pulisce

Tag: Ma dove cazzo sono finito?

Lettera a Santa Lucia

Sincero: non so da che parte cominciare a prendere le parole per una vaga descrizione di quest’anno.
Come essere di fronte ad una montagna di macerie e non sapere da dove cominciare per cercare di descrivere cosa possa essere successo nel frattempo.

Lucì, già, nel frattempo…

E sì che fra il rischio di un nuovo conflitto freddo a gennaio, l’Australia in fiamme a febbraio, le cose non sembravano andare poi tanto male.
Insomma, non più male del solito.

E INVECE…

Centosettantunesimo

[…] Ascoltavo ieri sera un cantante, uno dei tanti
E avevo gli occhi gonfi di stupore nel sentire
“Il cielo azzurro appare limpido e regale”
(Il cielo a volte, invece, ha qualche cosa di infernale)
Strani giorni, viviamo strani giorni […]

F. Battiato

Non passo da queste parti più o meno da quattro anni, ma non è questo il momento di andare troppo indietro nel tempo.

Dunque, le cose – per me – sono andate più o meno così

D: Dai Nicola, cazzo! quando è stata l’ultima volta che ci siamo visti noi tre fratelli, fuori dalle mura della casa a Mordor!
N: Non lo so. Sono un po’ poco convinto da quello che sta succedendo a Codogno. Sai, Codogno, Lodi, era un attimo andare a prendere una birra da quelle parti. Sia mai che si prenda qualcos’altro. Ma sì, ci vediamo lì.

Era il pomeriggio del 21 febbraio. Dal balcone all’ultimo piano del palazzo, sopra gli uffici, stavo fumando una sigaretta fissando la prospettiva prevedibile e fitta di via degli Avignonesi, decidendomi cosa fare quel fine settimana.
E quel fine settimana l’ho passato con i miei fratelli e i nipoti, che mi vedono troppo poco e hanno una strana soggezione.

Sabato i dati delle zone allora rosse cominciano a farsi seri e allarmanti.
Sabato sera, durante la cena, ricevo via mail un comunicato sull’emergenza in corso e un modulo… sì insomma, smartworking. Telelavoro.

Che all’inizio sembra una figata. Nell’immaginario popolare del colloquio in camicia, giacca, cravatta, boxer e infradito. Oppure col portatile su una scrivania galleggiante, in piscina. Meglio ancora in ammollo in acque tropicali, con gli atolli in faccia e sabbia e palme e bar di canne alle spalle.

Nulla di tutto questo.
La prima cosa che ho imparato dal lavoro a casa è la batteria del cellulare al 39% già a mezzogiorno. Che per me è più o meno un’ora prima di mangiare.

Ho imparato che per me la casa è una cosa e l’ufficio è un’altra cosa ancora.
Se ci aggiungi la risicata metratura dell’alloggio e sintetizzatori, e le tastiere e l’ukulele, e i libri e – insomma – il casino che ho generalmente nella mia testa proiettato in casa, ecco, aggiungerci anche blocchi-note, disporre il computer per fogli elettronici e email e piattaforme e… sì, il disagio di cambiare abitudine.

E così eccoci qui. Con restrizioni inevitabili sulla libertà individuale per salvare la pelle al maggior numero di persone possibili.

Io Virus Letale non l’ho mica mai visto. Quel genere di film mi hanno sempre fatto schifo.

Ed ora, insieme ad altri 59 milioni 990 mila faccio parte delle comparse.

Ma ho avuto modo di vedere l’escalation emotiva sull’unico social network che mi sono permesso, fra opinioni scettiche, meno scettiche, catastrofiche.
Ed allora volevo provare a dire la mia, anche se inutile.

No, non moriremo tutti, la maggior parte di noi sopravviverà. Ma sarà il prezzo da pagare che in un modo o nell’altro segnerà ognuno di noi cambiandoci la percezione delle cose. E spero, in mezzo a questa situazione che “sembra un sacco di film” come qualcuno mi ha scritto sul cellulare, in meglio.

In meglio perché mi sto rendendo conto di quanto stia diventando divisiva la società. Non prendiamoci per il culo: siamo tutti più incazzati. Io so io e voi non siete un cazzo, eccetera eccetera.
Lo ero anche io fino a qualche settimana fa.
Che, voglio dire, siamo in un paese libero e va anche bene, finché non degenera. Ecco, da noi degenera.
Pensavo a Internet e alla comunità che popolava questo luogo-non-luogo tempo fa: si stava meglio quando si stava meno.

Poi gli influencer, i troll, lo spam, il phishing eccetera eccetera.

Ma non è di internet che vorrei parlare. E’ che sto cercando un modo per distrarmi dal fatto che ci si prospetteranno davanti giorni e giorni e giorni di regime limitato, con tutte le conseguenze che comportano il buttare nel cesso giornate a disposizione, standosene a casa senza quantomeno scopare.

Ho visto i gruppi di whatsapp dove generalmente circolavano scorregge audio e tettone e barzellette sconce e fontane vaginali improvvisamente zittirsi. Non in modo uniforme, ma uno alla volta. Sempre meno messaggi finché nessuno ci ha scritto più niente, o ha mandato più l’ennesima foto porno.

Ho visto gruppi di whatsapp scalare cinquanta voci antecedenti perché l’ultimo messaggio era di settembre 2017 con un “ragazzi tutto bene?”.

La preoccupazione c’è, forse anche la paura, l’insicurezza, la destabilizzazione di una situazione imprevedibile.
Ma almeno per questa volta, proviamo ad attenerci a quello che ci viene detto da chi è più preparato. Si tratterà di un piccolo sacrificio collettivo per anticipare il risultato finale.

Perché prima di questo momento buio, pochi giorni fa, c’era ancora chi minimizzava, senza considerare gli sforzi fatti da chi prima di noi si è trovato in questa situazione.

A quelle persone vorrei dire due parole, ma taccio.
Più invecchio, più capisco perché i saggi stanno zitti: perché Cristo!

E’ talmente tanto tempo che non scrivo, che ho perso anche la capacità di scrivere un discorso sensato e che porti da qualche parte.
Ma forse, in questi giorni in cui bisogna restare a casa, anche con questo discorso non volevo andare da nessuna parte. Anche per il tuo bene.

Oh Fridom!

Buongiorno Pianeta Terra! Sono le 13.59 di un soleggiato mercoledì nove novembre 2016 qui a Roma e la notizia del giorno è l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

SIGLA

Dopo una roboante maratona elettorale spettacolarizzata alla maniera grossolanamente diretta made in USA (leggasi ‘Murica), ancora una volta il risultato finale è stato l’opposto di quello che si pensava.

Barcellona

Centosettantesimo parte II

Pronti… via!

Qualcosa comincia ad andare storto alla stampa delle carte d’imbarco: risultava solamente nel volo fino a Barcellona nel display dell’operatrice al banco della compagnia aerea, ma visto i recenti casini successi a Parigi non c’era molto da preoccuparsi.

“Non c’era molto da preoccuparsi” che comunque, nella mia scala di ansia da aeroporto, funziona più o meno così:

Scala di una persona normale

|—–1—–2—–3—–4—–5—–|
T MT P PP A MA DIC

Scala mia

|—–1—–|
PP A/DIC MDIC

T: tranquillo
MT: meno tranquillo
P: preoccupato
PP: parecchio preoccupato
A: agitato
MA: molto agitato
DIC: dito in culo
MDIC: molto dito in culo

Da notare la minore estensione della scala personale dovuta alla mia generale ansia da viaggio da mezzo pubblico, dove finché non ho il sedere sul mezzo, mi sento come quando hai la limatura di ferro rovente nel letto. Come sarebbe a dire che avete mai avuto della limatura di ferro nel letto?

Ad ogni modo, arriviamo a Barcellona in serata, le ore a disposizione sono poche, ma ho una dannata voglia di tapas e birra Estrella a fiumi, quindi senza perdere tempo lasciamo i bagagli al deposito e ci tuffiamo in città

Giustamente non troviamo nessun locale utile lì per lì, quindi ripieghiamo nel primo posto utile a menù pescifero a buon mercato.
Ovviamente gestito da orientali.

Appena finita la cena, decidiamo di passeggiare in città, ed è in quel momento che siamo passati davanti a una ventina di locali con tapas e paella.
Praticamente il riassunto della mia vita.

Per il rhum digestivo, siamo stati in QUESTO locale e ve lo consiglio. Se volete bere del rum agricolo invecchiato 30 anni nel malleolo trafugato dal cadavere del CHE, beh, quello è il posto che fa per voi. Lì ce l’hanno di certo.

Lista cocktails

Una simpatica lista del locale.

Al rientro all’aeroporto abbiamo fatto in tempo a vedere un piano allagato dalla perdita d’acqua di qualche negozio, ma niente di particolare rilevanza, così, il giorno dopo, saremmo partiti alla volta di Parigi…

Centocinquantottesimo

Ho avuto la fortuna di accedere alla rete già nei primissimi anni della sua diffusione massiva. Eravamo a cavallo fra il ’96 ed il ’97, il modem ventotto e otto era più veloce del quattordici e quattro che era più veloce del novemilasei, se non ricordo male, la velocità con cui comunicavano i fax.

Centocinquantunesimo

Antefatto

La stagione 2011/2012 del Qube è stata caratterizzata da un valore aggiunto: alle serate rock del giovedì, quelle deliranti del venerdì, quelle di nuovo rock con birra “aggratiss” il sabato, si era aggiunta la serata del lunedì.

A Mordor le serate del lunedì, soprattutto per coloro che avevano passato la domenica chiusi in casa attaccati alla presa della corrente per ricaricare le batterie a terra dal weekend, erano un problema non di poco conto. Manciate di individui disperati alla ricerca del posto aperto e spesso si finiva in un bar predisposto ai tornei di scopa piuttosto che alla musica ed altro.
Questo problema Roma non lo percepisce, ma le serate del lunedì, nella discoteca sotto casa, cominciavano ad andare davvero forte.

Centoquarantanovesimo

Impressioni di settembre

Sto guardando fuori dalla finestra uno dei tanti tramonti rosarancio che offre senza parsimonia questa città quando il sole decide che è ora di fare luce altrove.
Succede che l’estate è alle spalle anche se oggi non sembra, a dire il vero è una giornata dall’anima appiccicaticcia e da alitate di drago, e sono un paio di settimane che tutto è cambiato.

Centoquarantasettesimo

Quindici Aprile Ventidodici ore tre e tredici minuti.

…………………………………………………
[…]
[…]

Certe volte non avere le idee chiare serve. Ti toglie e ti dà un limite. Ti mette dentro ad un recinto che mai e poi mai avresti voluto prendere in considerazione ed allo stesso tempo non riesci a scorgerne i confini. Stai cercandoli con la speranza di non trovarli, al contempo confidi in un qualsiasi turbamento e all’atarassia.

Centotrentunesimo

Durante la domenica lavorativa, mentre manifestavo un insolito buonumore crescente di spettatore in spettatore propinante le stesse domande esistenziali sulla durata di questa/quella pellicola, stavo leggendo il seno di Philip Roth. Ho rotto il digiuno sabbatico di sette giorni dalla scrittura e lettura (digiuno obbligato a causa di un appesantimento cerebrale dovuto ad una cura antibiotica discretamente sfiancante dopo un intervento chirurgico) per colpa del Sole 24 Ore ed il suo inserto a cinquanta centesimi. Siccome il seno ancora non l’avevo letto ed ero morbosamente incuriosito dalla prospettiva di leggere come quell’alchimista poco ebreo potesse descrivere le esperienze sensoriali ed umorali di un uomo trasformato in tetta gigante, ho ceduto.

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