Centoseiesimo

Punk, Mod, Rude-Boy, Skinhead, Red-Skin (Sharp), Teddy Boy, Metallari, Rocker, Grunger, Dark, Goth, Emo, Casual, Underground, Clubber, Wasp, Hippy, Rasta, Yuppie, Hiphoppettari, Discotecari, Gabber(ini/ine), Pariolini, Sancarlini, Zecche, Fighetti e Sfattoni. Vegetariani e Vegani, Carnivori e Onnivori. Prendo un po’ di fiato. Tutta questa classificazione genera scompiglio, ma è – molto sommariamente – un piccolo glossario subculturale giovanile. Dagli anni ’60 in poi, escluso il termine WASP (mi dicono), ben più antico.

Scopro di conversazione in conversazione quanto si possono ammantare le tempeste dentro mettendole sottovuoto. Scopro salici piangenti travestiti da betulle e vengo ballonzolato rinchiuso in un amnios di malinconici ricordi ad ematocrito molto, molto basso.

Mentre ascolto mi tornano alla mente tutte le classificazioni di cui sopra, annotate di fretta sulla mia agendina per non scordarmele – ne passano di avversi alla memoria da queste parti -, realizzando in conclusione quanto siano una lontana e sbiadita esemplificazione d’appartenenza e/o rivalità.
Realizzo quanto (io) sia antagonista di me stesso e complice dell’attimo, solo nel momento in cui passa. L’attimo non è propriamente come ce lo immaginiamo, ho usato quella parola forse a sproposito. Un attimo fatto di periodi, di giornate e, soprattutto, di eventi.

Mi lascio abbracciare dalle atmosfere da focolare né antico, né vecchio, né moderno, forse Vintage. Dei pub dalle vetrine appannate. Improponibili nella capitale a meno che non ci apri la lavastoviglie ancora in azione davanti. Uscire a fumare una sigaretta è un po’ come andare a prendere una mano di botte da uno sconosciuto, e cazzo non me lo ricordavo mica così “ignorante”. Il freddo, intendo.
La prima passeggiata per raggiungere il centro, da casa, causa minime perdite di liquido oculare. Non ero commosso, semmai infreddolito.
Capisco la mia lontananza. Ma c’è ancora qualcosa che devo disossare. E non so davvero da dove partire. Per l’ennesima volta non so proprio dove mi porterà quello che sto scrivendo ora. Ma andiamo avanti.

Sto parlando di Mordor, se non si era capito.

Prima di tutto, il lato ludico. Le sei facce viste quasi prima della famiglia a ricordarmi che Punk, Mod, ecc. ecc. proprio no, non ci riguardano. Ma anche tutto il resto. Ho sfiorato svariati argomenti durante le conversazioni dirette o meno, dalla sbronza al suicidio. Giuro, e senza malizia o pensieri “rivolti-al”. Il motivo per cui non scrivo per esteso il discorso a proposito dell’ultimo oggetto è solo perché lo vorrei affrontare con più calma, fuori dal blog ed eventualmente facendomi pagare i diritti a riguardo.

La terra piatta e placida, il verde impastato al marrone ed il cielo che la tocca hanno il loro perché. E’ poesia, e sono dispiaciuto per chi non lo capisce.
La nebbia è poesia, e sono dispiaciuto per chi non lo capisce.
Andavo scordando il rumore che fanno l’erba e la terra ghiacciata sotto le scarpe, quando passeggi per le strade non asfaltate.
Lo spazio al minimo della popolazione.
Non che abbia in programma di tornare, sia inteso, ma ho apprezzato. E continuo ad apprezzare.
A piccole dosi, per ora, ci vuole.

Ho dubbi sugli argomenti da trattare, il cervello gonfio delle incomprensioni e di orgoglio – materiale cui congenitamente la mia famiglia sembra strabordare.

Sono frainteso, e se a Mordor vengo tacciato di grande diplomazia, in capitale mi vedono come eccessivamente agguerrito. Mi chiedo dove sia il giusto per giungere alla conclusione del vaffanculo globale: global fuck-off visto che va di moda l’inglesismo.

Chissenefotte di tutto, quello che importa è il nostro benessere, no? E se tutto va bene il motivo per lamentarci lo andiamo a scovare nel cassetto più ignorato della nostra esistenza, ma tant’è, anche in quel caso.
Sto invecchiando. I figli dei miei amici sono lì a ricordarmelo: bastardi, figliate di meno!
E’ perché in parte vi invidio.

Non sapevo cosa scrivere, questo post non porta da nessuna parte. Credo sia perché da nessuna parte dovevo/volevo andare. Domani andrò per le strade del centro. Mi fermerò sopra Piazza del Popolo e toglierò il guinzaglio ai miei occhi liberi di saltare di tetto in tetto. Poco importa se pioverà o che. Ho bisogno di fare ordine, in un modo o nell’altro sembra che ci siano sciami di insetti, frammenti di pensieri e fette di emozione capaci di disorientarmi, e ora devo fare ordine.

Niente di allarmante, fisiologico semmai.

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