Undicesimo

[…] << Domattina devo andare a MediaWorld, poi posso rintanarmi >>
<< Oh, ma domani mattina non c’è nemmeno la Marcella che traffica con gli “aspirapolveri”, quindi possiamo dormire a consumo >>
<< uhm… hai ragione, domani è lunedì e magari di mattina è chiuso >>
<< Guarda che domani, comunque è martedì. Non so te, ma il mio calendario mi dice che è martedì >> .
E’ l’effetto della Torre Bianca. O della serata in sé. Un po’ per l’abbandono ai quotidiani impegni, un po’ per l’essere arrivato qui, tutto – e proprio tutto – perde di qualsiasi utilità: dagli impegni, al calendario.

Dopo aver subito una discussione tutta famigliare da cui, abilmente, mi sono tirato fuori ed ho prodotto – a tempo record per il download/registrazione/utilizzo-software in collaborazione con gli incredibili strumenti macromedia – l’orologio sovrapposto al bascardo, ho recuperato l’ultimo angolo di forze e mi sono proiettato sulla macchina al fine di imporre una tappa (dopo quello cui mi avevano sottoposto me lo dovevano) a prendere qualcosa che aumentasse la possibilità del ritiro della patente durante il tragitto Mordor/Monza, alla volta della suddetta Torre Bianca.

Il caso ha voluto che dopo l’ambo cocktail-vino, giungesse la persona che l’amico barista aspettava per aprire un chianti d’annata tenuto in cantina allo scopo di esser servita qualora la coppia si fosse riunita.

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Risultato: un viaggio di ritorno a cuor sereno sfrecciando ai limiti della Delorean di “Ritorno al Futuro”, tanta disinvolta paura e, Mordor/Monza, in trentuno minuti netti.
Io non ci credevo, il mio fegato avrebbe preferito non crederci, ma tant’è, ormai eravamo alla Torre.

La chiamo “Torre Bianca” perché qui mi trovo all’ultimo piano di una palazzina che, vista con la dovuta fantasia, ha in tutto e per tutto la struttura di una torre. Dalla terrazza spesso mi sono fermato a guardare gli automobilisti notturni lungo la strada che collega Milano al lago di Lecco, pensando ai fatti miei, se ci devo pensare lì ho passato parecchie notti di San Lorenzo e, soprattutto, la Torre mi dà modo d’isolarmi.

E’ il luogo in cui respiro magia. La mia magia. Qui tutti gli altri possono cercare di capire. Ma sbaglierebbero: la Torre non va capita, va respirata e vissuta. Nessuno capirebbe nulla di quello che io-e-la-Torre abbiamo in comune. Di quello che lei mi dà.
E’ l’unico luogo in cui posso estraniarmi completamente da tutto e tutti, dove riposo nervi e tendini, dove mi rigenero.
E’ il luogo dove trovo tutto il tempo che voglio, ridandomi tutto quanto Mordor di me ha assorbito.

Stasera ho parlato con un amico poeta e pazzo. No, non pazzo per convenzione ideologica, ma per esperienza: venti anni in manicomio ed una libertà fatta di farmaci che ne rallentano movenze e parola.

“Bisogna perdere la dignità. Scendere a compromessi per poi ritrovarla e scoprirsi migliore. Spesso migliore degli altri”.

U.D.

Domani sarò più brillante, ma quando parlo con lui, io divento piccolo piccolo, quasi trasparente.

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