Trentottesimo

Superate le barriere di un’estate scivolosa quanto una saponetta umida rivestita di vaselina, sono in quello che definirei uno stato di misantroparanoicapatia cronica.
Insomma: viva l’autunno!

Ed ora cerco – nel minor tempo possibile – di dare voce e sfoghi a diverse considerazioni sulla spettacolare, mirabolante, superfluorescente città in cui mi trovo: Roma.

Roma caput mundi. In effetti qui ci sono parecchi mundi e affatto gestiti. E’ la capitale di un paese che sta dolcemente dirigendosi verso le donne di facili costumi, con l’andatura di un paziente in barella mentre viene accompagnato in sala operatoria.

E qui si vede. Si sono visti gli effetti post-grilleschi con il temporaneo abbandono degli imbianchini politici per partito – forse ve ne avevo già parlato, qui è campagna elettorale/diffamatoria giusto 365 giorni l’anno, con la città tappezzata di manifesti pro e contro l’una e l’altra parte – e l’avvento di un manifesto pro-lista-civica-grillesca successivamente non bollata.
C’è stato un discreto imbarazzo generale.

Ma qui non mi sento di affrontare un discorso affrontato già da tanti, ma di altri problemi. Tutto questo divagare mi sta facendo correre il rischio di perdere l’orlo della massaia.
Un accorato grido di sfogo, dopo tutto ho già pagato dazio ed ora posso cominciare a lamentarmi.

Roma è una città bellissima, ma lo era pure Vallanzasca (belli-no) e, come per misfatti è stato incarcerato l’uno, propongo lo stesso per la Capitale. Roma andrebbe arrestata per eccesso di umanità. Dico sul serio.

Quando prendo l’autobus per il rientro dal lavoro, godo come una marmotta sciatrice delle dolomiti nel vedere i volti affranti di chi ha la malaugurata sorte di dover rispondere al cellulare.
Ora, vi ricordate le cabine del telefono? Quelle chiuse. Cosa saranno, un metro e 50²?

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Immaginate di essere lì dentro in sette o otto persone. Ad un certo punto a qualcuno squilla il telefono.
I più maliziosi potrebbero pensare di chiedere gentilmente alla signorina cui ti sei consumato tre diottrie nella generosa scollatura << Scusi, lei che ha una mano in zona, le spiacerebbe passarmi il cellulare? E’ nella tasca destra… >>. Ma è una cosa che non si fa. Principalmente per paura di vedere la signorina darsela a gambe col cellulare al seguito.
Allorché l’unica soluzione rimane quella di fare da sé ed è lì che sorge il panico.
E’ come giocare al Twister[1], solo con gente sconosciuta: togli la mano dal palo dove sei appeso, appoggia con nonchalance la schiena su chi ti sta dietro per non perdere l’equilibrio, allunga la gamba tra la scarpa da ginnastica di chi non riesci nemmeno a vedere in faccia e il sandalo francescano di chi non riesci a capire perché nessuno è vestito da frate, fai scivolare la mano verso la tasca guardandoti attorno con l’espressione meticcia di chi vuole suscitare pena (non mi chiama mai nessuno), giustificazione(magari è una chiamata importante) e senso del dovere(mi hanno chiamato, devo rispondere), quindi – superate le occhiatacce di chi, comunque, pensa male, riesci a prendere il telefono.
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Per portarlo all’orecchio devi stare attento a non abbattere gli incisivi di chi ti sta davanti, oppure di non far perdere i sensi con una gomitata dietro la testa a chi ti dà le spalle.

Va precisato l’aromaterapia presente in questi container mobili, capace di abbattere i sensi di colpa anche ad un agricoltore dopo la concimazione organica. Vorrei quel contadino su quell’autobus.
Lì gli odori vanno dal pungente, all’invasivo, per finire nell’ignorante.
Certe volte faccio finta di essere su di un autobus a Marrakesh, diretto verso il mercato, oppure a Bangkok, diretto fuori città verso una comunità autoctona delle foreste pluviali, ma l’effetto passa quando l’autobus accosta ad una fermata << scusi che me fa scénne?>>[…]<< Se ve spostate ce passo… >>. Roma.

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Note:
[1] Twister: il gioco con il più alto tasso di gravidanze mai concepito.

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