Settantatreesimo

Buona parte del nostro benessere, come spada di Damocle, è parte del nostro malessere. O, più semplicemente, motivo.
Allora che fare?
Stabilendo l’unica rotta possibile ed immaginabile di un fine settimana fatto come si deve, non si poteva fare altro che puntare verso sud.
Moderatamente verso sud.
Mitologicamente verso sud.
Omericamente verso sud.

Ad accogliere la giornata un cielo pigro e grigio stava già cercando in qualche modo di condizionare il viaggio: missione fallita. Pochi minuti dopo si sarebbe pulito tutto creando non pochi problemi di vista dall’effetto accecante delle superfici bianche di piazze e case.

Ed è così, seguendo un cartello di legno malmesso e scritto peggio, scendendo per una strada malamente asfaltata, con le radici a deformarne la superficie fino a renderla un’insidiosa discesa irregolare, e poi ad intermittenza ritagli di terra e sassi e acqua raccolta dalle buche dei passaggi con le piogge dei giorni precedenti, fino ad uno spiazzo sterrato, dove la polvere si solleva cercando un passaggio dal vento leggero.
Suono di acqua irrequieta.
Suono di mare.

Lo spiazzo di per sé non è che il principio a dare modo di avvicinarsi ad un piccolo spettacolo naturale, reso ancora più intenso dall’assenza assoluta di esseri umani. Almeno per un po’.
Dall’altura, solo la macchia mediterranea a separare dal promontorio che dà a picco nell’acqua.
Un sentiero sinuoso si avvolge su sé stesso fino a farti arrivare dove puoi sentirlo e guardarlo in faccia: il mare.
E passo dopo passo, mentre discendi tra mescole di argilla e sabbia, secche ed umide, sentire l’odore salmastro farsi più intenso ed il mare sbattere i suoi pugni fluidi sulla roccia, fino ad infrangerli in mille schegge luminose.
L’ultimo tratto si presenta roccioso, impervio. Irriverente ed arrogante come la natura sa essere.
Tu, il sole pronto a darti la sberla più forte sulla tua pelle debole e nascosta. A ricordarmi che ho un sistema immunitario e non usarlo è solo peggio per me, a dirmi di uscire fuori.

Sotto di me, lì a pochi metri, dove un semplice gesto balenerebbe via la mia minuscola esistenza tra tormentate sequenze di schiuma e rumore. Rumore forte in sequenze irregolari come di chi prende la rincorsa in più tentativi fino a riuscire a fare il salto perfetto.
E lo vedi quel salto, dove la forza di gravità si deve piegare per alcuni secondi allo sfogo.
Anche la gravità paga pegno di acqua che risale, rinasce e sbatte furiosamente sulla roccia come a ricordarle di essere vivo.

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Lì il mare è nell’accezione più terrificante, più maestosa, più umiliante.
Lì non ho bisogno di sentire nessuno, ho una sola voce ben presente e scandita come ogni singola pulsazione cardiaca. E quell’acqua sulle rocce a rigenerare le coronarie necrotizzate.

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Si sente dallo stomaco.
E’ come l’Araba Fenice.
Guardare quelle grotte e gole naturali in un posto così isolato, così vicino, così diverso, così tornato.
Iniziava in quel modo la maga Circe a prendersi gioco di me, a farmi capire, a farmi sentire, a farsi sentire?
Cominciava la maga Circe a modellare il suo incantesimo? Oppure ero io ed i suoi sussurri? O il vento, o io e basta?
Che voglia vederla dandomi alle mani di qualcuno, o per quello che è, di nuovo c’è qualcosa da vedere, da sentire.

Questo fine settimana è stato memorabile.

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My own, personal Circe.
Angolino ricreativo, é primavera: checcazzo!

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