Ottantaduesimo

Lascia scivolare le dita su quella tastiera: qualcosa ti verrà pur in mente.
Il problema non è poi così effimero. Avete presente la matassa? Ecco, conoscete il detto “prendere il bandolo della matassa”?
Ora, immaginate una matassa grande. Tanto grande.
Grande al punto da non riuscire a capire dove, o quale sia il bandolo giusto.
Sono tanti. E quando ti ci tuffi con la memoria, ti rendi conto che subito dopo arriva un “bandolo” ben più avvincente, ben più divertente, ben più memorabile.
Può sembrare l’inizio melenso di un racconto degno de “la-casa-nella-prateria”: non voglio deludere le vostre aspettative. Certo è che le cose non sono andate propriamente come in casa Ingols, nella memorabile serie.
Esiste un livello sottile di leggerezza, oltre il cui le cose sembrano esagerate, altrimenti troppo seriose, altre ancora troppo insulse per esser degne d’attenzione.
Esiste un filtro che troppo spesso applichiamo alle cose che pensiamo per poi dirle nel modo compatibile con il mondo che circonda. Questione di étiquette, e di nient’altro.

Se prendo il nastro della mia memoria, e prendo a scorrerlo tenendolo tra gli indici ed i pollici di entrambe le mani, non so da dove posso aver avuto il primo fotogramma suo impresso.
Così in una ripresa sommaria posso vederla mentre mi fa fare una buca sulla sabbia, dove poter infilare mia sorella ancora in versione parassitaria e fetalmente in grembo.
Oppure la vedo sfrecciare con la sua guida impossibile e la due cavalli prima rossa e poi gialla girasole. Per le vie della città, magari con me e tutta la mia compagnia al seguito.
Già, tolto il telo che ne copre il tettuccio, su quella macchina siamo arrivati ad andare in giro anche in otto, nove. Chi non ci stava seduto stava in piedi. E la musica decisa da noi a palla sullo stereo.
Cose così: a sufficienza per far ritirare la patente o nel rischio che qualcuno si faccia male. Mai successo.

E lei era contenta così. A vedere contenti noi.

Che le cose divertenti nella vita ci sono e vanno oltre un cilindro di vetro o cristallo con dentro l’ennesima porzione di un liquido preconfezionato per stordirti, alleviarti e reso innocuo da una giusta campagna socio-pubblicitaria.

Che le cose divertenti non sono uno spinello. Non sono lo sballo.

Lo sballo lei ce l’aveva congenito, nel dna. Era un po’ come Obelix, l’amico ciccione di Asterix il gallico: da piccola deve essere caduta dentro un pentolone di chissà quale essenza – sospetto quella dell’imprevedibilità – e gli effetti sono rimasti permanenti.

Stavo pensando a come scrivere questa cosa che comunque finirà a più manche perché mi rendo conto che potrei iniziare a stilare le parole in tutti i sensi possibili, ed anche qualcuno impossibile: è di qualcosa di fuori dall’usuale che voglio scrivere e mi hai lasciato un barile da petrolio pieno di lenticchie da star qui a snocciolare. Ogni singola lenticchia, qualcosa che ti appartiene.

Allora via, dunque.

Tu che esci dall’acqua dopo aver mimato uno stile rana del tutto personale e saltellante ti fai passare una salvietta dal me ancora nella possibilità di girare nudo e glabro per la spiaggia italiana.

Tu che per fare una cosa rompi i coglioni al mondo per farla – e la si fa.

Tu che fumi le siga. Le bis per un lungo periodo di tempo, con papà, per poi passare di diritto alla promozione nelle bionde rosse e bianche per eccellenza.

Tu che ti incazzi senza apparente motivo: tempeste illogiche. Bastarda quelle me le hai instillate ben bene.
Tranquilla che non le spreco. Le tengo per me e le uso di tanto in tanto, sia mai che si disperda una deviazione congenita.

Tu che appoggi ogni mia passione.

Tu che mi porti per mano a comprare E.A. Poe Racconti edito da Garzanti e ti diverti a raccontare alle amiche la faccia della libraia quando le ho preso la mano e mi sono fatto accompagnare a prendere il libro: avevo otto anni, più o meno. Sto tirando le somme ora.

Tu che mi prendi Della Morte Dell’amore e porti me e Mauro – il migliore amico nell’infanzia – al cimitero di Boffalora d’Adda, solo perché nel libro è citato il cimitero di Buffalora, ed io in Lombardia non l’avevo trovato.

Tu che mi prendi l’appuntamento con il prof. di pianoforte.

Tu che mi dici “Non ci sono problemi, andiamo a fare spesa insieme” quando ti dico che non voglio andare a scuola perché non sono preparato all’interrogazione.

Tu che mi compri la videocassetta del “live at Donington” degli AC/DC per farmene avere una mia da guardare con quel videoregistratore vinto ad una lotteria.

Tu che prepari i ghiaccioli ed il te freddo l’estate.

Tu che porti la pizza calda con le olive nere ben adagiate sopra sul terrazzo dell’appartamento a San Lorenzo al Mare, e da lì il sole era accecante oltre il tendone, e l’orizzonte si stagliava lungo tutta la visuale oltre il parapetto a pochi metri dalla spiaggia.

Tu che mi compri il ciuccio per andare in giro a Ischia: mi piaceva un sacco il pomolo fluorescente. Dovevo avere dodici anni, e tu non hai battuto ciglio alla mia richiesta.

Tu che piangi mentre apri il sacco nero con i vestiti di Davide dopo l’incidente.

Tu che commenti nel modo più tagliente le reazioni imbarazzate di chi tentenna.

Tu che dai la spinta decisiva.

Tu che mi aiuti a rilegare una raccolta di mie poesie.

Tu che chiami un amico per far avere a me e mio fratello i biglietti per Branduardi un anno prima della stagione teatrale che avrebbe aperto.

Tu che mi passi i Beatles, i Pink Floyd, Gino Paoli, Anna Oxa, Phil Collins, Elton John, i Queen e ora non mi vengono in mente tutti – ah sì, anceh Tozzi – e mi compri Innuendo.

Tu che mi porti ad abbattere una verruca alla mano con l’azoto liquido e poi di corsa alla stazione per non farmi perdere il treno.

Tu che oggi mentre attraverso l’ultima tappa dei venti non ci sei. Ed è la mia prima brutta volta.

Posso essere in vena di festeggiamenti, e magari farli, farne. Da maestro dei festeggiamnti come tu mi hai insegnato. Magari lo faccio.

Nonostante tutto, sono qui e non posso negare la sospensione che provo. Già sospeso. Nessuna brusca caduta, nessuno strascico violento di rigetti emotivi. Nessun tradimento: la realtà dei fatti.
E nemmeno l’abbandono visto quanto l’hai tirata per le lunghe.

Una cosa però te la devo dire: mi avessi tolto di mezzo questa cosa che mi fa portare speranza fino alla fine, forse… forse vaffanculo a me che arrivo a pensarlo.

Oggi è il mio compleanno, il primo giorno d’estate, come già scritto, il giorno più luminoso dell’anno.

Oggi posso provare a brillare quanto questo giorno, ma non abbiatene se talvolta l’indifferenza mi è difficile, e gli eventi mi giocano sgambetti accompagnati dai ricordi.
Se ora devo cadere, è giusto che lo faccia. Perché i festeggiamenti grandiosi ci saranno, così come ci sarà quella fetta di silenzio, oltre i dodici minuti di telefonata di un anno fa, l’ultima volta in cui ho sentito la tua voce farmi gli auguri.

Se l’addizione implementa,
cos’è questa tua sottrazione?
Negare le sensazioni aggiunte
tutte in un momento, in quel momento.

Ed io non c’ero.

Sottraendoti a questo nostro essere,
portandoti al di fuori di ogni singolo pensiero
oltre il prevedibile, del resto è di te che si tratta.
O forse non oltre il mio sentire.

Ci sono ora qui, il vuoto di cui tanti parlano
è una menzogna, una grande menzogna.
La più grande menzogna.
Il vuoto è nulla, il nulla non può zavorrare.

Lasci qui un’eredità scomoda che forse ti potevi risparmiare.

Lo dice il mio egoismo, lo dice il mio sarcasmo.
Quello che è, realmente, qualcosa di diverso da ogni previsione.

Ed io qui ad accettare l’ennesimo irreversibile.

Perché mi viene chiesto questo?
Ora so come orientare ogni mio singolo pensiero
anche se ancora non ci riesco.

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