Ottantottesimo

Non c’era nulla che suscitasse il men che minimo senso di movimento in lui.
Sarà stata l’espressione ebete. Saranno stati gli occhi semichiusi. Sarà stata la camminata gobba, ma lui non si poteva di certo definire una persona carismatica.
Debosciato, moscio, con seri problemi di socializzazione.

A dire il vero, i problemi li aveva avuti anche con l’eroina, ma quel periodo era passato.
Nulla lo attraeva abbastanza da poter valere un minimo di entusiasmo a riguardo.

Sembrava che una cosa, per esser meritevole d’attenzione, dovesse per forza avere l’approvazione di chiunque gli stesse attorno in quel periodo.

Per intenderci, se la compagnia in quel periodo considerava “in” l’eroina, beh, allora si faceva.
Così lo era per il bere.
Sembrava incostante in qualunque cosa, mentre manifestava una certa continuità per tutto quanto riguardasse l’alterazione del proprio stato mentale.

Come se la lucidità fosse un oggetto troppo pesante da portare appresso.

Se non lo si conosceva, era esattamente quel tipo di persona che ci si dimentica appena esce dal nostro campo visivo.
Con i suoi pantaloni ben stirati, la camicia o il maglione – a seconda della stagione – da figlio a modo; sì, lo si poteva definire tranquillamente uno sfigato.
Ricordo ancora quando, suonando nella saletta del gruppo, riusciva a dirmi esattamente la nota che stavo suonando. E poi l’accordo, ed io entusiasta come un bambino.

Si chiama orecchio assoluto. Sapeva dire se il basso o la chitarra erano accordati solo pizzicando le corde.

Colpa del violino, diceva.

Già, non voleva più suonarlo.
Forse è stata quell’obiezione a farmi vedere per la prima volta un barlume di energia riversata fuori dal suo involucro flaccido che era il suo corpo.
Ho insistito parecchio con lui prima di convincerlo a prendere il suo violino e portarselo appresso.
Il caso ha voluto che l’aperitivo lo si facesse in un locale alla moda.
Un massa di cespi di gente occupava lo spazio antistante il locale, tutti intenti a gridare – a seconda della condizione etilica – e tutti dotati dell’immancabile drink.
<< No, non lo suono, non sono più capace, ci vuole esercizio con questo… >> si lamentava
<< dai cazzo, ora che l’hai portato, almeno due note … >> insistevo.
<< Non so… >> parla mentre lo prende dalla custodia rigida e se lo posiziona come lui sa << nemmeno se è accordato >> e butta l’archetto sulle corde, facendo tre note pulite e squillanti al punto da far calare il silenzio tutt’attorno.

Come se quelle tre note fossero state il mantra per portarlo ad uno stato di trance, prende a suonare l’allegro dell’Inverno di Vivaldi.

A pochi metri da noi il silenzio s’era dilungato oltre il suo suonare – pochi secondi – e mentre lui già stava chiudendo lo strumento nella custodia rigida, non si sentiva nessuno fiatare.
Non so se sia mai stato, se lo è, se lo sarà mai consapevole del dono che ha avuto.

Stasera mi sei venuto in mente te, mentre parlavo con uno strano turista sedicente bosniaco con un blocchetto di carte di credito come io ho quello dei post-it. E non ho fatto domande.

Parlava un inglese perfetto. Per questo credo di averlo capito solo a metà, ma fa lo stesso.

Era un po’ che mancavo a San Lorenzo.

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Dormire su di un cuscino munito di mammelle bovine è indescrivibile.
Con mio fratello è sconsigliabile, oltre che descrivibile. Lui non dorme, compie vere e proprie campagne di guerra impadronendosi di quanto più territorio gli riesce.

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