Centotreesimo

Scemando nel nero, passando da striature bianche e fondali rossi, oltre le alture dei pensieri leggeri. La realizzazione dell’inconfutabilità data dai moniti dell’esperienza, che forse tutto questo torto non l’avevano.

Roma, a cavallo dei 24/25 dicembre 2008.

Gente cordialmente socievole, nuove conoscenze davanti agli occhi.
Spettri inconsistenti e taglienti dietro gli occhi.
E’ caldo il Natale delle case, con la contrapposizione del freddo fuori dalla finestra, seduto su questo tavolo di metallo freddo addobbato a velluto rosso per nascondere la sua natura, sembra che tutto voglia portare ad un aulico abbraccio.
E la gente che ho attorno mi sorride, ed è un miracolo lo stesso.
Manca l’elettricità questo Natale, me lo dite voi come si fa senza? Niente luci dai molteplici ritmi intermittenti, niente alberi addobbati, niente stanze illuminate, niente frenesia sballata che abitualmente accompagnava i venticinque dicembre da anni ormai.
Non c’è niente che non vada, semplicemente, non c’è. E per quanto mi sforzi di far passare l’animo nell’abbraccio collettivo, alla fine provo ripugnanza.
Ed ora non è rabbia, proprio no.
<< Nicola, cosa c’è?>> mi chiedi al di là del bancone
<< Nulla >> minimizzo mentendo col sorriso
<< Hai gli occhi malinconici >>

Le pupille sono due buchi, non sono riuscito a tapparle in tempo, deve essere uscito un po’ di quel che ho dentro. Penso, ma non parlo, minimizzo. Tieniti a quei metri di distanza ed il bancone è una diga adatta, non lasciarti sfiorare, non adesso. Non è il caso.
Manca l’elettricità e non so come festeggiare.
Penso che le cose sono cambiate di tanto, e guardandomi attorno capisco quanto sia stupido questo pensiero, ma a volte ho bisogno di dirmi anche le cose ovvie, per rafforzare la motivazione a muovermi. Come chi per imparare a nuotare viene gettato in acqua. E quello nuota.
Ma oggi non ho voglia nemmeno di muovermi, per una volta voglio abbandonare l’attivismo caratterizzante, figlio del mio essere brillante sulle bocche degli altri. Sapessero quanto è ruvido questo scivolo oggi.
Mi manca il brandy per fiammeggiare il secondo che ho intenzione di preparare. Esco di corsa per cercare un commerciante aperto, ma tutti andati a chiudersi in casa per raccogliere gli abbracci ed i sorrisi. Torno di là, ed oltre quel bancone, dal tuo bicchiere di Courvoisier che mi dai colmo all’orlo e come prezzo chiedi solo che sia “alla mia salute”, vedo qualcosa di accogliente, disponibile, ma non sono predisposto a niente, metabolizzo la cosa ringraziando e contro-ringraziando, correndo via prima che sia troppo tardi.
Poi vedo uno spiraglio, memorie e briciole di pensieri sparsi a destra e a manca, come una pista dimenticata nei corridoi mentali, tolgo polvere, tolgo ragnatele. Cerco di mettere in ordine alla bell’e meglio. Il telefono urla gli auguri delle persone che non mi dimenticano, il mio egoismo non me ne fa godere, sono altri gli auguri che vorrei. Me ne scuso, con me, con tutte le persone cui ho fatto torti, col mondo e col cielo. E’ Natale, il primo fottuto Natale.
Fuori la città spara i fuochi della festa ed il cielo è pieno di soffioni colorati sopra le strade deserte.
Finalmente fa freddo, ma è un freddo disaddobbato dalla neve cui sono stato abituato. Scopro che in fondo è indifferente. Vorrei essere sveglio alle cinque della mattina a guardare chi imbottisce un cappone. Con il tasso etilico alto al punto giusto ed il cuore aperto nell’apprezzare qualcosa che ora non c’è.
Dallo spiraglio esco in una piscina di acqua tiepida, non mi bagno, ne esco e sono seduto a tavola. L’ostinazione e la brillantezza hanno fatto in modo che non mancasse nulla. Manca solo l’elettricità.
Allora vedo la tua faccia davanti. E sai che ti dico? Questa volta mi tengo il pozzo di malinconia addosso, danzo in questa condizione, per questi giorni, aspettando le visite di capodanno.
Manca l’elettricità ed allora accendo le candele. Non è la stessa cosa, ma il silenzio delle luci flebili e le ombre tremolanti mi aiutano a ricordare meglio. E questo Natale è forse il primo vero. Per te.

Mi ero detto che durerà in più parti, e se queste pagine di diario scritto a mano le trascrivo qui, è perché so che qui leggevi, ogni giorno. Ed ogni mio giorno è portare di nuovo a spasso parte di te.
Buon Natale, a te, al mondo, al cielo.

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Alla fine l’abbiamo trovata: la palla di Natale da addobbare con gli alberi.
Per questo Natale, va bene così.

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