Centoquattresimo

Lezione 5 – allegro, andante, moderato.

Non ne potevo davvero più. Di non combinare un cazzo. A dire il vero di cose ne ho fatte, ma non ho avuto la forza di scriverle. Non che ne servisse chissà quanta, ma una serie di eventi volti al ridimensionamento annuo mi hanno provato.
Ora che ci penso, superare in aspettativa quanto offerto dal 2008, per il 2009 dovrebbe essere una passeggiata. In discesa col vento a favore.
La visita del fratello non è andata esattamente come me l’aspettavo. Una serata (quasi) all’attivo e i due giorni successivi con la febbre e a letto. Mi faceva tenerezza con quella testa a palla da biliardo dello stesso colore del cuscino.
Il fatto è che ci tenevo. Volevo rendere quei quattro giorni striminziti a disposizione qualcosa di memorabile, mastodontico, maestoso. Un musical: “4 days 4 Bros” o qualcosa del genere. C’avevo anche pensato al titolo, c’avevo. Niente da fare, un piccolo fiasco. E potente delusione.
Ma dopo il danno arriva la beffa. Sennò, che gusto c’è.
Il caro Marco è stata la vittima designata del contagio. Tra panico e quarantena avevo un terribile sospetto poi tramutatosi in realtà:
Martedì ci portano i letti nuovi.
E c’è da smontare quelli vecchi.
E c’è da portare in cantina tutto l’ambaradan.
E noi siamo al quarto piano.
Senza ascensore.
Sono quasi cinque se conti la rampa aggiuntiva per raggiungere il seminterrato: le cantine.
Io non so se raggiungo i sessanta chili.
Martedì è l’unico mio giorno di riposo settimanale.
Marco si è dimostrato più stoico di quanto potessi sperare, nonostante la voce da synth dei Prodigy ed una temperatura corporea da tisana, mi ha aiutato – per quel che ha potuto – a montare il futon, ed il suo lo ha praticamente montato da solo.
Alla cerimonia d’insediamento alla Casa Bianca del nuovo presidente io stavo martellando, avvitando, girando, rigirando, bestemmiando su assi di legno svedesi.
Ora ho un letto più spazioso.
Ora ho un letto più comodo.
C’ho dormito quattordici – numericamente 14, scanditi Q-U-A-T-T-O-R-D-I-C-I – ore quella notte.

<< Nic, allora, com’è il letto nuovo, comodo? >> chiede Marco, incuriosito: la notte lui l’ha passata in salotto, in quarantena. Come è giusto che sia.
<< Stanotte sarebbero state comode anche le piastrelle. >>

Una sequenza di eventi, un compleanno nel mezzo, persone giuste al momento giusto, nuove compagnie, nuovi amici e quella pessima cosa di trovare nel locale sotto-casa (no, non la discoteca, un baretto poco-più-ìnlla) mùsici, àrtisti, e non so nemmeno io perché cacchio sposto gli accenti, ma a quest’ora mi viene così.
Dovrei anche andare a dormire presto che domani c’ho il dentista.

Comunque, sfoglio un giornale dimenticato da chissà chi al lavoro e leggo un articolo riguardo una lezione di musica all’auditorium qui a Roma. Beethoven e Schubert il tema. Domenica 25 gennaio ore 11.
Ok, ci vado. Cazzo se ci vado, ho bisogno di tempo per me, per fare qualcosa, e ora ci vado.

So che magari non ve ne può fottere di meno di Beethoven né tanto meno di Schubert, ma voglio fare un esercizio di memoria. Scrivendo qui – e dove altro?

Grazie Delio, grazie Delio, grazie Delio.
Delio è un collega del cinema. Uno degli interinali. Vive a Trastevere – ebbeatoallui – fuma il sigaro e se riesci a fargli bere un bicchierino si sbronza all’istante.

Decide anche lui di venire, arriva, trova un solo biglietto – in piedi, gli dicono – e lo prende a me. Mi permette di pagargli caffè e cornetto e se ne va lasciandomi strada e posto per l’evento.
A dire il vero aveva già iniziato a lamentarsi quando gli avevano detto dei posti a sedere terminati.

Ed i posti a sedere terminati non erano. Una graziosa biondina in divisa piacente ma per nulla sensuale mi invita a sedermi, con trentadue buoni motivi scintillanti, una carezza sulla spalla e la chiusura delle porte poco prima che spegnessero del tutto le luci nella sala.

Premessa: là dentro ho contribuito ad abbassare la media d’età in modo drastico. Leggasi: talvolta è facile giungere alla conclusione de “la domenica mattina si vede chi non c’ha un cazzo da fare”.

Seconda premessa: arrivavo da un compleanno. Materasso ore 4.47 ca. Doccia ore 8.54 ca.

Dicevo. Posti vuoti ce n’erano, non così tanti, ma il posticino per il misantropo accanto alla nonnina altrettanto misantropa e dormigliona – dieci minuti netti prima che le palpebre le si abbassassero a tapparella (evviva l’interesse – vedasi prima premessa) – c’era.

Buio in sala e occhio di bue puntato su un pianoforte a coda. Molto sexy (questo è un parere personale).
Flashback: a casa avevamo un giradischi, con le opzioni per leggere i 78, i 45 ed i 33 giri. Molti anni dopo compresi il mistero del 78 giri, mai visti in vita mia. Sono dischi di bachelite, ben più spessi di quanto lo sono quelli in vinile. E, mi dicono, avevano un suono caratteristico più caldo dei loro successori. Mi ricordo che avevamo una scatola contenente quattro dischi grossi (33 giri, ma ancora lo ignoravo) con le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, centrava anche Accardo, se non ricordo male. Dapprima mi incuriosiva il logo della casa discografica, che scoprii in seguito essere “la voce del padrone” da cui Battiato prese il titolo per il suo più celebre album (quello dei record di vendite, con su “centro di gravità permanente”, “bandiera bianca” e “cuccurrucucù” o come-si-scrive) che raffigurava un cane davanti ad un grammofono. Quello fu il mio primo impatto con il giradischi e la musica classica. Prima i dischi dello Zecchino d’Oro o i Bimbo Mix o i 45 giri con le sigle dei cartoni animati li metteva su mia madre.
Ricordo esattamente il movimento che faceva il braccetto del giradischi. Dovevi posizionare una levetta a scatto sul numero dei giri predisposti – da lì si regolava anche quanto il braccetto dovesse inoltrarsi nell’area del piatto per il disco stesso – e poi si tirava, con un po’ di sforzo per le mie dita di bimbo, un’altra levetta identica, ma a molla. La prima rimaneva fissa sulla posizione, la seconda ritornava al punto di partenza, ma la seconda era “magica”.
Il disco rimaneva sospeso sopra il piatto, trattenuto dal pernetto centrale munito di qualcosa di simile al fermo per gli ombrelli, una triangolo rettangolo con il cateto minore a fare da spessore per tenere il disco sollevato dal piatto. Una magia, la levetta, Clak, il triangolo veniva assorbito da uno strano incantesimo, il disco abbandonava la sua fatata sospensione e precipitava dolcemente sul piatto, iniziando a girare. A quel punto il braccetto prendeva vita, si sollevava dalla sua sede e restava per una frazione di secondo immobile, come in alcuni filmati sui vampiri quando si sollevano dalla bara flettendo il corpo a 90 gradi senza muovere le gambe di un millimetro e, prima di uscirne, se ne rimangono lì immobili un istante. Come se il braccetto dovesse decidere cosa fare appena destato da una dormita incalcolabile. Quindi affondava fino a dove la levetta dei giri gli permetteva di arrivare, stavolta rapidamente, quasi fosse spinto bruscamente, per poi atterrare dolcemente. Il momento in cui la puntina toccava la superficie del vinile era impercettibile, inscindibile dal microsecondo che lo precedeva, in cui c’era ancora aria tra i due oggetti distinti.
E poi quelle due scatole nere iniziavano a suonare.

La lezione la tiene Giovanni Bietti che non so se appellare come Prof, Dott. Maestr. Gran.Conservat. Pianolis. Pianis. Fortis. O checcazzo ne so.
Bravo. Molto.

Prima di tutto a sciogliere la tensione fatta dal suo abito formale e dall’aspetto da “pianista-della-madonna”, sotto vi spiego1, iniziando con qualcosa del tipo “oggi parlerò di Beethoven e Schubert. So che sono due personaggi immensi nel panorama della musica classica e non basterebbero settimane per spiegarli a dovere, ma noi cercheremo di farlo in tempi più ristretti. Abbiamo sei ore emmezza in cui cercherò di svelarvi questi due musicisti”. Prima risata sommessa dalla platea.

Dovete sapere che Beethoven si trasferì a Vienna portandosi appresso un peso notevole. Quello di dare ai Viennesi il “successore” di Mozart, morto poco prima che lui ci si trasferisse.
Uno dei problemi, spesso trascurati, cui il compositore ha dovuto far fronte era quello del “cambio di pubblico”. Accadeva qualche anno prima qualcosa conosciuto come “rivoluzione francese”, che aveva smantellato la nobiltà e spinto in alto una nuova classe sociale: la borghesia ecc. ecc.
Ora, se i nobili, per quanto puzzaculo e spandimerda ecc. ecc., avevano comunque un livello culturale elevato, altrettanto non lo era per i borghesi. Quindi il Ludovico si ritrovò sì un pubblico più vasto, ma anche vagamente più alieno a quell’ambiente. Da lì la sua musica “semplice” ma “potente”, il suo studio sullo “spazio” della musica e non più solo sulle armoniche o il ritmo. C’era il suo modo di rendere “fisico” il suono anche per far sì che arrivasse alle scarpe2 che aveva davanti, insomma.

Scopro poi un’intuizione del genio relativa al suono. Per far fronte alla sordità aveva ideato diversi apparecchi, ma uno particolarmente geniale. Una bacchetta che teneva stretta fra i denti e che teneva appoggiata al piano proprio mentre suonava, facendo sì che le vibrazioni del piano si trasmettessero direttamente alle ossa. Oggi gli studi sugli apparecchi per non udenti sono volti proprio a quel tipo di sistema: la trasmissione del suono tramite le ossa. Ma non fu l’unica cosa innovativa lasciataci dal signore “mille-colonne-di-suono3”: sono rimasto – dal basso della mia ignoranza – completamente shockato dalla seconda variazione della sonata 32, una delle sue ultime composizioni.
Per farci l’esempio ha suonato proprio il passaggio dalle variazioni precedenti, a quella. Ci fa notare quanto la critica dell’epoca avesse dato addosso al nostro affezionatissimo dandolo per finito. Sciocchi. Semplicemente non avevano l’orecchio. Lo dicevo sempre anch’io di Britney Spears. Ah no, lì l’occhio ce l’hanno avuto. Eccome.
Comunque, parte con questa variazione e, cavolo, io le sonate al piano del Ludovico mica le conosco, a parte le fondamentali, ma cazzo questo è swing!
Finisce il pezzo, lascia scemare l’applauso dicendo << Signori, 1823 >>. Altra risata sommessa, ma non ho capito il perché. A me non fa ridere ascoltare il componimento di uno che ha precorso la storia della sua materia artistica di circa un secolo. Mi fa sentire vagamente una cacca. Ma forse è solo colpa del mio sense of humor un po’ avariato.

Di Schubert, invece, sapevo che scriveva le composizioni di getto. E a differenza del Ludovico arrivava a fare anche sei composizioni in un giorno, colto dalla furia creativa. Il Van ci metteva anche anni tra elaborazioni e rielaborazioni.
Sapevo che i suoi pezzi per pianoforte hanno come caratteristica delle variazioni che non centrano un cazzo col resto del pezzo e che lui – e solo lui – riesce poi a rientrare sul tema precedente come se nulla fosse. Fischietto=>sfaso=>torno-a-fischiet
tare.
A differenza di Beethoven che componeva e faceva una vita sociale attivissima, per la massa, Franz era principalmente per i salotti, pochi intimi, dove poteva lasciarsi andare anche ad improvvisazioni.
Quello che non sapevo era l’aneddoto raccontato che vuole un tal Vogl (credo, ma non ne sono per niente certo. Se qualcuno correggerà, sarò felice di odiarlo), cantante con cui il musicista ebbe modo di condividere i lavori, passando da casa sua trovò abbozzato su un pezzo di carta qualunque una composizione, con tanto di pentagrammi fatti a mano.
Il cantante di turno prese il foglio e se lo portò a casa, copiando il manoscritto in bella copia e ripresentandolo poi al compositore proponendoglielo come canzone.
Franz, finito di suonarlo ebbe modo di affermare ”Ma sai che è davvero bella questa sonata? Ma chi l’ha fatta?”.
Altro motivo per cui gli voglio bene.
Premetto, se a qualcuno dovesse venire la malsana idea di ascoltare Schubert, che i suoi componimenti hanno un tempo ed un gioco particolare. Devi stare al suo tempo ed al suo gioco per godertelo. Ci vuole pazienza nell’ascoltarlo, esattamente l’opposto di quello che lui metteva nel modo di creare. Questa è un’altra cosa spiegata dal buon Bietti alla lezione, facendomi capire il perché alcuni suoi brani mi causavano l’allungamento dei canini prima che qualche nota arrivasse al posto giusto4. Sapendo che Schubert lo scoprii nella prima adolescenza sfogliando una vecchissima ed ingiallita raccolta di spartiti appartenuta a mio nonno. Lui sì che suonava davvero.

Piccola nota “storta”, per chiarirci tutti – i presenti all’auditorium – che forse qualcuno non ha seguito la lezione.

Se Schubert parte con un tema, poi ci infila in mezzo qualcosa di “sconvolgente”, poi torna alla quiete iniziale, ma perché cazzo avete fatto partire l’applauso – costringendo il Bietti ad alzare una mano come a dire “fermi tutti!” – dopo la “sfasata”, senza aspettare che riprendesse a suonare? (E facendomi perdere l’attacco, porco mondo?).

resistete fino a 7’04” ne vale la pena!

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1Alto e magro, ingiacchettato e con le movenze di chi, se vuole, può sedersi sulla tastiera senza far scattare neanche un martelletto. E non chiedetemi come può farlo, è lui il pianista-della-madonna, e sì, l’impressione è proprio quella.

2Non i calzari.

3Cit.

4Sono ripetitivo, lo so, ma: evitiamo facili battute.

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