Centodecimo

Tende diafane e taciti usignoli.

E’ nel respiro: :a prima cosa che devo aver fatto una volta uscito al mondo. Una certezza vibrata dalle voci divenute familiari, dalle presenze scontate e sicure e dalle certezze accumulate con l’attraversamento di tutti gli scalini della vita, fino a quando qualcosa è venuto a mancare, ed il proseguimento s’è reso distrattamente più faticoso.
E’ il respiro a stabilire la distribuzione di ogni singola particella di energia: il respiro del tuffatore prima del voto olimpico, il respiro del musicista prima di uscire da dietro le quinte, il respiro di ogni persona quando deve ricorrere a qualcosa di sé tenuto da parte, custodito per il momento giusto.
Ora il mio respiro si scandisce a ritmi blandi, tutto il mio metabolismo è blando: questa è la mia parata per te.
Incredibile la consapevolezza dei giorni precedenti, e come il nuotatore preparavo col respiro l’anniversario del distacco: sarà tranquillo.

Idiota.

Tranquillo è il mio respiro, i battiti in petto a dispetto dei nervi vibranti, ho le mani sincopate e i polmoni carichi di nicotina. Ed un vuoto da qualche parte. Non sono ancora riuscito ad identificare dove, sono troppo concentrato sul respiro.
Stanotte mi sono svegliato urlando, ed è la mia prima volta. Per fortuna non ricordo quel che ho visto, ma nel sogno successivo c’eri, ed eri presa a lamentarti di qualcosa che non riuscivi a capire con qualche elettrodomestico inventato in quel mondo ed io lì a litigarci con te fino a farlo andare.

Poca roba, lo scossone è stato realizzare l’inconfutabilità del parallelo, un mondo che c’è, ma impossibilitato all’incontro con altri mondi.

Quel “chissà come sarebbe andata se…” smorzato dal paradosso del “nessun se”. Semmai qui a respirare avvolti da un mantello di ricordi.

Un libro letto ed una battuta da ridere forte anche in una sala d’attesa silenziosa, il desiderio evaso dal controllo razionale di voler telefonare per leggere ad alta voce e poi sentire l’entusiasmo appassire bruscamente. Ma quella battuta ti sarebbe piaciuta veramente. Come quel film, quella canzone, quel pezzo di un cabarettista famoso visto fortunosamente dal vivo, la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, gli spettacoli qui in capitale dove ogni giorno ed ogni notte c’è qualcosa da vedere.

Cose splendide, “da vedere”. Come te, “da conoscere”. E sei spesso discorso dei coinquilini qui che pur ti hanno vista di striscio. Passi una volta e lasci il segno: il tuo tratto è indelebile. E quelle scritte – ed io ne ho tante – sono lì ogni giorno a farmi sperare, sognare, sorgere e tramontare, nelle mescolanze di emozioni capite troppo tardi, al passaggio di un gradino che non avrei voluto fare mai.
La tua privazione è una conoscenza diversa, costante, infinita. Come la tristezza e l’amore che provo in questo momento, fino a ritmare il mio respiro per reggerne il peso.

Un bacio grande.

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