Centoundicesimo

Forse lo avevo già scritto da qualche parte, ma non me lo ricordo. Il mio primo approccio alla musica rock è stato con un album di Madonna, “Like a Prayer”, mi ricordo ancora quando mio padre mi portò a casa la cassetta registrata.
Se non ricordo male era uno di quei nastri fatti di plastica nera, con l’adesivo appiccicato di sfumature che andavano dall’azzurro al violaceo e tre righe su cui poterci scrivere il titolo sopra.
Mi piaceva un sacco quella canzone. Le altre dell’album, non me le ricordo.
La seconda fu “Innuendo” dei Queen, e quella fu mia madre a prendermela, in una fiera di paese poco lontano da casa. Restò per diverso tempo la colonna sonora di quando mi portava a scuola la mattina, sulla due cavalli che aveva il motore che rombava in falsetto.
Ma l’impatto shock arrivò qualche anno dopo; ne avevo nove di anni – e chi se lo scorda più – la cassetta incriminata, questa volta, era di plastica gialla con la fascia centrale – sopra e sotto i fori per far girare le bobine – trasparente, da cui si poteva vedere il nastro. Fu mio fratello a portarla a casa ed era Il Rock’n Roll con tutte le “erre” che mastico maiuscole. Back in Black degli AC/DC. Non c’era una canzone che non mi piacesse.
Cantava strano quel tipo, ma la musica ti entrava dritta nel cervello, spazzando via anni e anni di zecchino d’oro e sigle dei cartoni animati. Ufo Robot, Jeeg Robot d’acciaio e Ken Shiro esclusi, quelli non si toccano.
La campana iniziale di Hells Bells e poi quella chitarra cupa mi sembravano l’apoteosi dell’ambientazione horror, ed in quel periodo andavo pazzo per il genere.
Quella cassetta l’ascoltavo anche per addormentarmi al mare, dove passavamo diverso tempo d’estate.
A Mordor all’epoca di negozi di dischi ce n’erano pochi. Tre, due in centro: il 747 che c’è ancora ed un altro di cui non ricordo il nome, forse Videoclip? Mentre il terzo era in pianta stabile dentro il centro commerciale, e sfoggiava nelle vetrinette esterne una quantità industriale di anelli con teschi e rose in bocca, oppure toppe raffiguranti le meravigliose copertine degli Iron Maiden.
Finché un bel giorno, proprio nel mio quartiere, aprì un nuovo negozio. Il Video Music House.
Lì ho praticamente completato la discografia degli AC/DC, ma il motivo non era solo della comodità data dalla vicinanza, c’era anche lei.
Non ricordo nemmeno il nome, ed anche i tratti somatici si sono sbiaditi nella memoria, ma è salda la certezza di quanto fosse veramente bella. Aveva capelli lunghi e lisci neri come la pece, ed un viso angelico che andava a prendere a calci in culo tutta l’iconografia e l’accezione di “angelico” che avevo all’epoca. Niente occhi azzurri, niente boccoli d’oro, l’unica cosa che poteva starci era la carnagione tenue.
In quel negozio le cassette erano rare e disposte come fossero delle opere d’arte, distribuite sulle pareti e bloccate da apposite cornici metalliche. La maggior parte del materiale vendibile era nascosto in enormi cassetti posti al livello del pavimento.
Purtroppo la gestione cambiò da lì a poco, ed il negozio, pur mantenendo per un certo tempo lo stesso nome, cambiò totalmente genere. Niente più Alice Cooper, niente Ozzy o AC/DC, solo musica da discoteca e qualche sporadica cassetta d’altro genere, magari appena lanciata sul mercato.
Era l’alba della Techno. Mi ricordo quando gli chiesi al nuovo proprietario il perché ascoltasse quella musica mi rispose con un “perché è la più facile per fare soldi”.
Uscii scosso.

Ma se ci ripenso, ancora oggi, di quel tipo ricordo solo questa uscita infelice che per me rimane la morte di ogni musicista, mentre di lei, che praticamente non so nulla, mi rimane il sorriso e la cordialità con cui sapeva dirmi o consigliarmi in base a quel che avevo preso dal suo negozio, sempre la cassetta giusta.

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