Centotrentesimo

Lei passa tutti i giorni a prendere il caffé. Escluso il sabato e la domenica perché non è dentro l’ufficio dove lavora. Ufficio che fa angolo nella piazza e ci sono quelle tende fatte come grosse frange ad attenuare la luce all’interno e la visuale all’esterno. Passa tutti i giorni con i colleghi più grandi di lei, ma non si sente a disagio. Anzi, così, vista dal tavolino dove spesso l’aspetto, sembra sappia il fatto suo.

Lei è colorata, a differenza dei colleghi al seguito che sembrano colorati a prima vista, ma di volta in volta sbiadiscono nelle stesse battute. Ed è d’impatto certo quando la senti parlare, che sembra abbia riassunto in sé l’essenza di questa città: senza giri di parole. E quelle gambe. Forse/quasi-sicuramente/certamente/senza-alcun-dubbio i suoi vestiti più o meno corti contribuiscono a far cadere l’occhio su quelle colonne del tempio femminile, ma, lasciatelo dire (anzi no, lasciamelo pensare, e – semmai – scriverne), dalle mie parti fai la rivoluzione. Quello che mi diverte è l’inconsapevolezza. Che poi mi diverte, mi affascina e mi lascia in una posizione di vantaggio, non esposto a quanto potrebbe essere-o-non-essere. Questo è il problema.

Ma a dire il vero è anche una soluzione. Così come è, un poster animato, un po’ come quei quadri in Harry Potter, ma decisamente più sexy e più a portata di mano, perché con la sua rivoluzione riesco a ricordarmi di essere vivo. Ed a scrivere in continuazione (nonostante la legge del terzo di Eggers), ritagliandomi ogni tanto scintille di pensieri fatti – rullo di tamburi – di te. Ma questo non lo saprà mai. E per adesso va bene così. Non ho abbastanza routine in questi giorni.

Espressamente per Lei: continua a passare, ti prego, ché col nome che ti porti, oltre che rivoluzione fai anche primavera.

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