Centoquarantacinquesimo

Messaggio per una lettrice occasionale.

Ovvero:

l’irrilevante, non assiomatico e trascurabile prontuario agli eventi in cui se stessi non si è più una cosa sola, ma diverse entità non propriamente d’accordo.

Ovvero:

quando si ha in testa quello che si deve fare, quello che si vuole fare e quello che si fa e, in ordine sparso, queste tre cose non solo non collimano, ma discordano ( ché discrepano mi faceva cagare ).

In principio sono cresciuto in un appartamento. Era al terzo piano di un complesso di condominî grigi. I condominî grigi di Madignano. Trascurando il consiglio di suo padre – mio nonno: mi raccomando, non andare a vivere in un posto che finisce per “ano” -, mia madre l’impavida si trasferì dalla casa di Sergnano, a quella di Madignano, ed insomma lì ci sono cresciuto, fino a dieci anni.

Poi, dopo burrascose vicende di cui so ancora poco, ma che prima o poi approfondirò, ci trasferimmo in quella che rimase casa mia fino alle intermittenze fra Torre Bianca, In Culo Ai Lupi, Fra I Monti ed infine Roma.

Quell’appartamento faceva parte della mia vita e lo vivevo con l’indifferenza di un bimbo che vive casa, senza badarci più di tanto. Era normale, naturale, scontato, dovuto.

Quando ci fu il trasferimento, soprattutto il primo periodo, mi sentivo spaesato.

Niente più salotto con cucina dietro la porta a soffietto a sinistra, niente corridoio con in fondo a destra bagno e sgabuzzino uno in fronte all’altro, camera nostra (mia e di Davide) dall’altra parte e camera di mamma e papà in fondo a sinistra.

Ne sentivo la mancanza, ero convinto che quella fosse la casa più bella del mondo. In realtà erano altri i motivi per cui la casa in cui mi trovavo non la sentivo per nulla al pari dell’appartamento, ma è un’altra storia. Fatto sta che per un buon periodo io non riuscivo a vedere nulla di bello della nuova casa, ed in cuor mio speravo sempre che prima o poi saremmo tornati al terzo piano di quel palazzo.

Per fortuna, non accadde mai.

Mi ero trasferito in una casa ben più bella, con un ampio giardino, un orto mantenuto da un signore in pensione ed un portico in cotto ed una realtà aperta a mille possibilità. Un incanto.

Ma, nel primo periodo, non riuscivo a vederlo. Per quanto provassi a farmi piacere quella casa, la mia mente tornava sempre fissa all’appartamento.

Poi un giorno accadde che determinati meccanismi si sistemassero, e quella casa divenne, durante la mia adolescenza, una casa da favola. Anni luce dall’appartamento. Mille volte meglio di quanto avessi mai potuto immaginare.

Per farla breve, quello che intendo dire, dirti non è nulla di più di quanto la meravigliosa cerchia che ti circonda cerca di farti capire, quando si fa fatica a capire.

L’ostinazione nel mantenersi attaccati ad un passato che non ha ragione d’essere, in qualche modo cancellano anche la possibilità che qualcosa di più grandioso possa accaderti.
E per quanto possa condividere con te la paura dell’ignoto di fronte a tutto quanto di più familiare e rassicurante puoi avere ora a portata di mano, l’unica cosa che posso spingerti a notare è la tua condizione: una casa nella città che è Milano, capitale di ciò che fai e ciò che ti piace, una coinquilina con cui vai veramente d’accordo, un lavoro per niente comune, passioni che sai portare avanti, una famiglia straordinaria e poi tu… che ad ogni tuo vacillare togli solo un po’ di luce a chi, se e quando vorrai, potrà notarla rivelandoti che tutto quanto hai davanti può essere il risultato di quanto bello hai già visto, di quanto ancora non hai visto e di quanto nemmeno immaginavi di poter vedere o provare. E ancora di più, e ancora di più.

Per S.

9 commenti su “Centoquarantacinquesimo”

  1. …potevamo iniziarla con “… rimembri ancora…”… ma temo sia già stato usato.

    L’infinito essere delle cose, che rimangono uguali nel tempo, ma cambiano solo nella tua memoria, o meglio, cerchi di fissarle nella memoria così com’erano in quel momento, magari nella tua testa, e non come magari realmente erano.

    il passato è un fardello che ogni persona si porta appresso, inutile negarlo.

    e… si aggiunga.
    MILANO FA SCHIFO. almeno la Milano degli ultimi anni…

    bis bald.

  2. No Bì, non c’entra lei.

    Comunque Milano può essere una merda, se ti disinteressi di moda, di musica e di costume.

    Per i motivi di cui sopra – e molti altri ancora -, rimane ancora la città più avanti.
    Almeno, nella penisola.

  3. esatto.
    l’unica cosa che mi manca del centro di Milano?
    il panorama.

    cangiante
    in movimento
    vestiti? quali vestiti? Ah, gli straccetti che ha addosso ogni panorama che passa? si, quelli.
    più piacevole da marzo a fine settembre. poi più coperto, anche se non nuvoloso.

    bene, le min***ate del venerdì sera possono bastare.
    Mi ritiro nelle MIE stanze.

    p.s. si, la città sarà anche avanti… ma è invivibile…

  4. Sai cosa mi manca di Milano?

    Il Café Dalì, il Plastik, Il Rolling Stone, L’Aquatica, il Gasoline, il Rainbow, lo Zoe, il Bad Taste, il Bar Zucca in Galleria col barista che prepara dieci aperitivi al rabarbaro (stolti!) perfettamente identici per scommessa con un cliente, l’Accademia di Brera con gli sfattoni sotto le colonne a fumare l’impossibile, le studentesse francesi, americane, giapponesi, neozelandesi e sa il cielo di quale parte del mondo che entrano di fretta con appresso rotoli di carta più grandi di loro passando sotto Napoleone, le guglie del Duomo che non stancano mai, Mariposa nella metro con i CD metal quando la musica si doveva ancora andare a cercarla, i navigli, casa di Giulia con suo padre spalmato sul divano a strimpellare una Gibson dopo aver montato il palco di San Siro per sa-il-cielo-quale-concerto, Viale Zara che mi portava alla Torre Bianca, Piazzale Lagosta che è la prima rotonda cui andavi a cozzare arrivando a Milano sparato da quell’arteria di asfalto a troppe corsie e poco traffico la sera, Piazza Cinque Giornate, perché da lì ti porto dove cazzo vuoi.
    E mi mancano quei venerdi pomeriggio in cui andavo a fare pausa pranzo senza i colleghi, per trovarmi con un amico a passeggiare da Piazza Affari e finire sul pavé a cornice dei lastroni di marmo di piazza Duomo guardando il panorama.

    Sono malinconico. Ma poi mi passa.

  5. …hai dimenticato la tappa in farmacia, per comprare il collirio… e quale collirio volete??? per che patologia?

    arrossamento degli occhi a causa del computer, che altro? ahahahahhaahahahahahah… 🙂

  6. mah… un originario di Mordor dovrebbe essere abituato a queste temperature… magari gli si è solo staccato un pezzo di naso… hihihi…

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