Centosettantunesimo

[…] Ascoltavo ieri sera un cantante, uno dei tanti
E avevo gli occhi gonfi di stupore nel sentire
“Il cielo azzurro appare limpido e regale”
(Il cielo a volte, invece, ha qualche cosa di infernale)
Strani giorni, viviamo strani giorni […]

F. Battiato

Non passo da queste parti più o meno da quattro anni, ma non è questo il momento di andare troppo indietro nel tempo.

Dunque, le cose – per me – sono andate più o meno così

D: Dai Nicola, cazzo! quando è stata l’ultima volta che ci siamo visti noi tre fratelli, fuori dalle mura della casa a Mordor!
N: Non lo so. Sono un po’ poco convinto da quello che sta succedendo a Codogno. Sai, Codogno, Lodi, era un attimo andare a prendere una birra da quelle parti. Sia mai che si prenda qualcos’altro. Ma sì, ci vediamo lì.

Era il pomeriggio del 21 febbraio. Dal balcone all’ultimo piano del palazzo, sopra gli uffici, stavo fumando una sigaretta fissando la prospettiva prevedibile e fitta di via degli Avignonesi, decidendomi cosa fare quel fine settimana.
E quel fine settimana l’ho passato con i miei fratelli e i nipoti, che mi vedono troppo poco e hanno una strana soggezione.

Sabato i dati delle zone allora rosse cominciano a farsi seri e allarmanti.
Sabato sera, durante la cena, ricevo via mail un comunicato sull’emergenza in corso e un modulo… sì insomma, smartworking. Telelavoro.

Che all’inizio sembra una figata. Nell’immaginario popolare del colloquio in camicia, giacca, cravatta, boxer e infradito. Oppure col portatile su una scrivania galleggiante, in piscina. Meglio ancora in ammollo in acque tropicali, con gli atolli in faccia e sabbia e palme e bar di canne alle spalle.

Nulla di tutto questo.
La prima cosa che ho imparato dal lavoro a casa è la batteria del cellulare al 39% già a mezzogiorno. Che per me è più o meno un’ora prima di mangiare.

Ho imparato che per me la casa è una cosa e l’ufficio è un’altra cosa ancora.
Se ci aggiungi la risicata metratura dell’alloggio e sintetizzatori, e le tastiere e l’ukulele, e i libri e – insomma – il casino che ho generalmente nella mia testa proiettato in casa, ecco, aggiungerci anche blocchi-note, disporre il computer per fogli elettronici e email e piattaforme e… sì, il disagio di cambiare abitudine.

E così eccoci qui. Con restrizioni inevitabili sulla libertà individuale per salvare la pelle al maggior numero di persone possibili.

Io Virus Letale non l’ho mica mai visto. Quel genere di film mi hanno sempre fatto schifo.

Ed ora, insieme ad altri 59 milioni 990 mila faccio parte delle comparse.

Ma ho avuto modo di vedere l’escalation emotiva sull’unico social network che mi sono permesso, fra opinioni scettiche, meno scettiche, catastrofiche.
Ed allora volevo provare a dire la mia, anche se inutile.

No, non moriremo tutti, la maggior parte di noi sopravviverà. Ma sarà il prezzo da pagare che in un modo o nell’altro segnerà ognuno di noi cambiandoci la percezione delle cose. E spero, in mezzo a questa situazione che “sembra un sacco di film” come qualcuno mi ha scritto sul cellulare, in meglio.

In meglio perché mi sto rendendo conto di quanto stia diventando divisiva la società. Non prendiamoci per il culo: siamo tutti più incazzati. Io so io e voi non siete un cazzo, eccetera eccetera.
Lo ero anche io fino a qualche settimana fa.
Che, voglio dire, siamo in un paese libero e va anche bene, finché non degenera. Ecco, da noi degenera.
Pensavo a Internet e alla comunità che popolava questo luogo-non-luogo tempo fa: si stava meglio quando si stava meno.

Poi gli influencer, i troll, lo spam, il phishing eccetera eccetera.

Ma non è di internet che vorrei parlare. E’ che sto cercando un modo per distrarmi dal fatto che ci si prospetteranno davanti giorni e giorni e giorni di regime limitato, con tutte le conseguenze che comportano il buttare nel cesso giornate a disposizione, standosene a casa senza quantomeno scopare.

Ho visto i gruppi di whatsapp dove generalmente circolavano scorregge audio e tettone e barzellette sconce e fontane vaginali improvvisamente zittirsi. Non in modo uniforme, ma uno alla volta. Sempre meno messaggi finché nessuno ci ha scritto più niente, o ha mandato più l’ennesima foto porno.

Ho visto gruppi di whatsapp scalare cinquanta voci antecedenti perché l’ultimo messaggio era di settembre 2017 con un “ragazzi tutto bene?”.

La preoccupazione c’è, forse anche la paura, l’insicurezza, la destabilizzazione di una situazione imprevedibile.
Ma almeno per questa volta, proviamo ad attenerci a quello che ci viene detto da chi è più preparato. Si tratterà di un piccolo sacrificio collettivo per anticipare il risultato finale.

Perché prima di questo momento buio, pochi giorni fa, c’era ancora chi minimizzava, senza considerare gli sforzi fatti da chi prima di noi si è trovato in questa situazione.

A quelle persone vorrei dire due parole, ma taccio.
Più invecchio, più capisco perché i saggi stanno zitti: perché Cristo!

E’ talmente tanto tempo che non scrivo, che ho perso anche la capacità di scrivere un discorso sensato e che porti da qualche parte.
Ma forse, in questi giorni in cui bisogna restare a casa, anche con questo discorso non volevo andare da nessuna parte. Anche per il tuo bene.

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