Settimo

Dare spessore a quello che ho attorno. Stanotte non ho la brillantezza del saper mascherare le cose dietro affilate parole o ciniche osservazioni, stanotte ho un velo nebbioso a rendere tutto opaco, come gli astri nel cielo della mia campagna nascoste dal tessuto di freddo e umidità.
Non ce ne sono di motivi ragionevoli o eventi plausibili per giustificare il mio ingrigire momentaneo, tanto dolce quanto effimero, viandante spesso ospite alla mia casa.
Questo era uno dei miei momenti segreti e forse lo scriverne su di uno specchio per il mondo è un modo per esorcizzarlo, imbarazzarlo ponendolo una volta per tutte a confronto con quello-che-sta-fuori.

Quando viene a trovarmi, l’invisibile grigio, prende a parlare con me ed a farmi parlare di tutto quanto ho attorno. Mi porta in un gioco di dadi truccato in cui i numeri che saltano fuori, in fondo, non sono altro che quelli ben celati dietro un sorriso naturale-per-forza, dietro una risposta pronta da dare ed una scontata da ricevere; mi guarda e mi sorride, con l’espressione di chi già sapeva quale fosse il numero del dado e di conseguenza la realtà dei fatti, spesso nascosta a me stesso per un più morbido convivio con me stesso.

Il respiro regolare è spezzato da ampie inspirate a pieni polmoni: la mia ferma rincorsa prima di tuonarmi addosso qualcosa.

E’ incredibile quanto in questi momenti ci sia una mescola di morbida malinconia e ruvido sconcerto, il tutto avvolto da un invisibile tessuto di seta capace di rendere tutto quanto meno sgradevole, agrodolce.
In questi momenti il grigio mi riporta dove sono interrate le mie radici, in una terra tanto fertile quanto rigogliosa e spettacolare in ogni singola stagione. In un posto dove le case hanno il loro spazio, ma l’imponente polmone verde a ridosso del vecchio fiume riesce ancora a mettere soggezione ed assoggettare chi se ne trova circondato.

C’è un posto, poco distante da dietro casa mia, dove il suono dell’acqua mentre scivola giù da una cascata artificiale riesce a cancellare tutti gli altri suoni. Dove, nelle sere con il cielo abbastanza limpido da permettere alla luna di mostrarci le ombre, lei stessa si riflette sullo specchio della morta che precede la discesa, con un moto sufficientemente irregolare da accompagnare bene pensieri lontani e, perché no, anche amene elucubrazioni.
Questo rimane un fulcro della mia finta misantropia, fatta non di odio per tutte le persone, ma di odio per certe persone. Il desiderio di isolarmi da tutti, in fondo, è la voglia di vedere qualcosa di nuovo, di respirare un’aria diversa, di riempirmi gli occhi di un qualcosa di cui ancora non sono sazio, di un qualcosa che mi manca.
Troppo semplice è prendersi del paranoico o del tipo-fuori. Anche perché se questo mio modo d’essere è “essere-fuori”, non posso che rallegrarmene. E con me il grigio, capace di stuzzicarmi e di tirar fuori questo mio lato troppo spesso tenuto a bada, forse – e senza il “forse” – per un timore personale, per un’attitudine tutta mia a tenermi stretto quel fulcro – tra tanti altri – che arriva in qualche modo a suonare le corde della mia anima.

Non penso ancora che scriverò di quanto e cosa io ed il grigio ci siamo detti, in tempi passati ed in questo momento. Non ne è ancora, il momento.
Volevo provare, per una buona volta, a buttar giù la sua presenza, che come arriva se ne andrà, tra pochi minuti, per tornare a trovarmi nei momenti adatti. E’ un ospite particolare, che arriva sempre e solo quando forse è l’unica persona con cui vorrei parlare.

E mi rimane la mia campagna, quella cui mi sento legato, quella in cui e di cui io ed il grigio parliamo. Di questa terra e della sua gente che in qualche modo alimenta lo svilupparsi della mia misantropia. Perché forse, la placidità di una terra piatta sembra misera cosa agli occhi di chi vive in un’era veloce e dinamica.
Sapesse questa gente quanto può essere meraviglioso portare dentro di noi questo solido mare, forse avrebbe anche modo di rendersi conto che tutti quanti, prima o poi, dobbiamo respirare.

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