Diciannovesimo

Specchio.

Forse era una cosa che non facevo da tempo, quella di guardarmi allo specchio, di osservare nella mia immagine riflessa quell’ammasso di eterei oggetti facenti parte del mio essere davvero.
Scegliendo di-tutto-di-più come palliativo a me stesso, ho passato periodi interi cercando di soffocarmi con inni al ricreativo e divorando ciò che di nuovo e leggero mi si poneva davanti.

Ora che ci penso bene, “asettico” sarebbe il termine più adatto.
Stavo – tutto sommato anche bene – in quella condizione in cui anche chi entra a far parte delle tue sfere conoscitive, le tue frequentazioni, in qualche modo non ti tocca.
Arrivano, come carte pescate da un mazzo in un gioco cui sai benissimo che prima o poi dovrai scartare, e lo fai quando arriva il momento. No, non c’è cattiveria, c’è atarassia. Un’atarassia chiara e forse più fastidiosa nell’essere realizzata, capace di trascinarti fino al punto in cui occorre per forza qualcosa in grado di distrarti in mezzo a quella cosa che ti ostini a non chiamare insoddisfazione.

Non è di comodo ma di silenzio emotivo. Quel silenzio emotivo rappresentabile forse come un grosso vaso, lucente e splendido, ma vuoto. Vuoto.

Per quel poco che ne so, posso definirmi salvato dalla modernità ed a tutto ciò che mi ha permesso di comunicare, tenermi in contatto con persone lontane. Posso ringraziare i mezzi di trasporto più veloci di un tempo, e la libertà concessami nell’andare da un capo all’altro di ogni-dove-ne-ho-voglia.

Riavvolgiamo il nastro un attimo.
Per un certo periodo della mia vita sono stato felicissimo, a trecentosessanta gradi. Nulla andava storto, proseguivo a spron battuto verso un orizzonte che nemmeno vedevo, perché non mi interessava guardarlo.
Ho avuto modo di imparare a confrontarmi con una persona che potesse avvicinarsi a me fino ad avvolgerci, silenziosamente, in una realtà fresca e leggera.

Come tutti i capitoli iniziali di una storia, prima o poi devono virare la trama, altrimenti tutto il resto perderebbe d’interesse, e così è stato.
Necessità a fronte di altre necessità.
Un viaggio in un paese troppo lontano perché si possa credere in un lieto fine, ma tanto di quell’essenza ancora nel cuore, a sapere che quella persona ha raggiunto il suo scopo, ha fatto quello che si era prefissata di fare, ha trovato la tranquillità che le mancava lontano da una città che lentamente ne assorbiva le energie.

Poi una cicatrice.
Avete presente: quelle persone che riescono a toglierci dagli occhi il mondo, magari inconsapevolmente. Quelle persone di cui è solo l’essenza ad attrarre, allo stesso modo degli insetti con i feromoni, dei mammiferi con gli odori propri.
E’ servito un bagno di sangue per portarmi a capire che avevo davanti agli occhi qualcosa di sbagliato. E che mi ostinavo a voler tenermi stretto un pupazzo di sabbia e rovi.
No, non sto dando colpe, se non a me stesso. Ma ora non ha più importanza.
Mi serviva. Probabilmente mi serviva.

Il flusso emotivo ha ruotato dall’incipit in una trepida valanga di splendide sensazioni, per poi mutare nell’effetto di aceto, fino a portarmi giù, farmi guardare in faccia tutti quelli che avevo attorno, e contare chi fosse rimasto e chi no.

Una pace artificiale, come Dracula ho sopito ogni piacere emotivo per un apparente purgatorio artificiale incerto e poco convincente perfino a me stesso – sì, il musical mi ha condizionato.
Come Peter Pan cercavo di ignorare certe cose, e seppur invidiabile condizione, la mia, in un modo o nell’altro già avevo visto qualcosa di diverso. Già avevo visto il sole, più e più volte e nei modi giusti o meno giusti e la mia finta giovinezza non era altro che un giardino in inverno.

Una ripromessa: non spingermi mai più oltre uno spazio tanto breve da permettermi di vivere una storia serenamente. E costantemente.
Qui potrebbero farmene colpa, ma non penso di averne se nel modo di fare di Mordor, probabilmente chi può aver la capacità di strapparmi un sorriso davvero non c’è.
O se c’è, qualcuno sarà stato senz’altro più abile di me. Ma questo è un sogno che credo rimarrà tale. E’ questione di testa. Di mentalità. Di curiosità. Già ne avevo scritto qui – credo.

Ricordo di un anno fa, mentre mi trovavo in montagna per un torneo di sci in onore di una persona eccezionale che ho avuto la fortuna di avere come zio e quasi-padre, mentre ci stavamo spostando per andare in una discoteca in cui avrebbero tenuto un discorso prima di dare inizio alla festa, di aver parlato con una donna particolare.
Non solo per il modo in cui mi parlò di suo figlio, e della sua fede buddista, ma anche per il suo modo di affrontare le cose, d’accompagnamento, appunto, alla filosofia orientale di cui lei stessa ne è seguace.
Ricordo di averle mostrato tutte le mie incertezze sul fatto di non riuscire a rimettere in moto quelle sensazioni tanto profonde da andare ben oltre l’epidermide, e di averle mostrato una sorta di piccola disperazione nel mio rassegnarmi alla distanza.
Ancora più intensamente ricordo il suo sorriso.
<< E perché stai lì a preoccuparti? Se questa è la tua strada, se tu sei portato a questo, se la tua natura in petto va oltre il posto dove vivi, perché devi stare lì a pensarci?
Attento, non è “rassegnati” quello che ti sto dicendo, è semplicemente “non preoccuparti, percorri il tuo cammino così, e se è così, accettalo e cerca di trovare la tua serenità” >> E il sunto di quanto mi disse.
Non ebbi a controbattere. Mi immaginai mentre cercavo disperatamente di togliere il tappo, tirandolo, da una penna, finché lei non me la tolse di mano e, svitandolo, mi ridiede penna e tappo (spero di aver reso l’idea).

Quel discorso non servì tanto a risvegliarmi i sensi, ma servì a non chiudermi altri orizzonti che andavo ponendo in scuro.

Proprio quando cercavo sollievo nell’ennesimo diversivo a me stesso, qualcosa è cambiato.
Succede quando ti allontani. Almeno, questo succede a me. E qualcuno me l’aveva predetto, un anno prima che qualcosa cominciasse ad accadere.

Non saprei dare un preciso ordine cronologico all’avvenimento. So solo che una notte, a Mordor, mentre stavo per chiudere gli occhi ed abbandonarmi al sonno, ho sentito una mancanza. E di seguito il ricordo di una condizione vissuta poco prima, e poi uno sguardo e poi una mano che stringeva la mia zittendo il rombo dei luoghi affollati in un silenzio nostro.

Questo è stato il pensiero iniziale ed anche quello che mi ha atterrito,non si trattava di me, di te, di lui, di lei, di quell’altro/a.
Si trattava di un noi. Non ero più abituato a sentirlo, figuriamoci a provarlo.

E’ un’essenza nuova e diversa, pacata nel suo modo di coinvolgermi ma radicata tanto a fondo da riuscire a mutare il mio stato d’animo.
Vorrei che questa persona sapesse che non c’è avventatezza in quel che ora scrivo, ma prima di tutto riconoscenza.
Vorrei che questa persona sappia cosa mi sta facendo già solo in trenta minuti di risate.
Vorrei che questa persona possa ritrovarsi, per privazioni cui si è trovata a far fronte, nel modo esatto in cui io l’ho vista, dell’effetto di un ciliegio fiorito e la stessa energia di un temporale d’agosto.

E per adesso, sapete anche un altro dei motivi che mi porta a scrivere poco su qui. Chiamatelo egoismo, sì, ma lasciatemi anche accarezzare delle sensazioni che davvero, non ricordavo potessero assumere simili influenze su di me.
Sto guardando la mia primavera, sto sentendola. E per questi giorni, non ho fatto altro che chiudere gli occhi e sollevare il viso al cielo, nell’atto di abbandonarmi, ancora, in una danza fatta di chi riesce a sfiorarmi le corde dell’anima, sortendo quel suono d’arpa che credevo perso in me.

Cazzo, Nicola, com’è che riduci i palliativi a te stesso?
Per questa volta, me-stesso serve, altrimenti non ci sarebbe noi.

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P.S. per eventuali lamentele riguardo grammatica, sintassi o refusi, rivolgetevi al mio arrotino, uomo dal passato poco chiaro. Vado a dormire ora.

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