Trentesimo

Cerchiamo di non perdere del tutto quel poco di poesia che mi è rimasta.
Cerchiamo di rosso esattamente quell’insieme di idee che mi balenano nel cervello in questo momento.
Cerchiamo, anche se non costa fatica per nulla.
Cazzo.

Se ci poteva essere un motivo riguardo al fatto del mio non-scrivere, credo sia da ricercare esattamente in un antro pigro della mia mente – viene facile pensarlo. Così non è.
Non questa volta.

L’autunno qui a Mordor è vettore di un assortimento emozionale talmente vasto e vario, da lasciare sorpreso anche uno stronzo misantropo, facile alla noia, come me.
I colori caldi buttati fuori da chi sotto quel sole caldo dell’estate, c’è stato ogni singolo giorno in cui ha battuto sulle nostre teste, l’aria che acquisisce connotazioni sempre più pungenti.
La luce che tarda, la mattina, a svelarsi a noi.
Il profumo dell’umidità dalla terra che sale fino a riempire le narici e tutte le terminazioni nervose legate a certi ricordi, a stagioni equivalenti passate.

“quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole ma non c’é.
Dorme ancora la campagna, forse no,
la sveglia mi guarda, non so.”
Cantava la Premiata Forneria proprio riguardo agli effetti settembrini delle mie parti o poco più a nord, ma tant’è, non è del cambio di stagione che mi va di scrivere ora.

Potrei poggiare con dovizia di zelo le mie dita sui tasti, ritmandone a piacere e fermandomi ad ascoltare cosa diavolo possa venir fuori, ma…ma… MA.
Ma che cazzo, odio anche i puntini di sospensione io, l’abuso dell’enfasi ambientale (testuale) di chi non ha ancora capito il favoloso mondo della punteggiatura.
Anche qui, il filo-logico di tutta la faccenda, va a zoccole.

Ci sono una serie di eventi concatenati tra di loro, nell’avvento di questo capodanno lavorativo, capaci di distogliere la mia attenzione anche da questo posto.
Ci sono eventi più o meno piacevoli, in questo caso credo meno.

C’è la mia misantropia espansa, vendibile in comode confezioni da quarantadue supposte.
C’è l’insofferenza di qualcosa che in qualche modo sta andando perdendosi in me: sfatato dagli eventi rimango portatore di rabbia colante da questa mano palmo in alto, nell’eterna speranza di un po’ di pioggia a lavare tutto.

Vorrei sgusciare fuori da tutto questo, ma ora non dovrei.
Dovrei cercare di preservarmi, ma ora non vorrei.

E’ bello avere addosso sempre la solita dovuta calma, e poi elargire al prossimo quella frizzante capacità di far ridere e sorridere.

Eh, che belle cose.
Tante belle cose.
Tutte cose che ora non mi appartengono.

Scusatemi se queste parole sembrano sconclusionate, prive di un senso apparente e del tutto poco ironiche, ora non ce la faccio, non c’ho voglia.

Arriverà il momento, non adesso.

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