Cinquantunesimo

Umori* delle feste.

Nella parte alta della penisola Italica, dove una cerchia di monti protegge la grande piana dalle altre nazioni, vi è un luogo nascosto da una coltre nebbiosa fitta e avvolgente nei mesi freddi.
Questa è la mia Mordor.

Come a volermi mostrare il suo lato più fascinoso – e solo chi ha respirato nebbia per anni può capirlo – ho passeggiato avvolto da questo naturale respiro, nel gelo dei rami brinati, nel mio essere finalmente isolato. Perché questo fa la nebbia, se ci si ferma un attimo e si aprono bene gli occhi: nella campagna, poggiando i piedi su fili d’erba croccanti di gelido cristallo, c’è solo un muro bianco da tutte le parti. E lì che io sono in un luogo, non ci sono e sono anche in tutti gli altri luoghi allo stesso tempo.

Come un pavone apre la propria coda per dare dimostrazione della sua bellezza, così Mordor ha aperto le chiuse della propria nebbia, ha raccolto tutto il gelo che poteva offrirmi, ha dipinto a desolazione un luogo lasciato tempo fa, sbattendomi in faccia la cruda realtà: qui, caro Nicola, non è per te. Posso coccolarti, ma le mie mani saranno sempre di forbice ed una carezza, anche se non lo voglio, può farti male.

Allora prima di tutto questo c’è bisogno di un ritiro spirituale. Piccolo, di qualche ora, chiuso nella Torre Bianca poco più a nord, dove il gelo è lo stesso ma non c’è respiro bianco e denso a nascondere l’orizzonte e ad intaccarti le ossa.
Lì, forse più che la nebbia della mia campagna, riesco a lasciarmi alle spalle tutto quanto e restare con me e con i miei fantasmi più cari.

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Interno natalizio della Torre Bianca
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Sopra la torre
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Piana del nord, dalla Torre. Spiace non si possano vedere i monti

Poi Mordor.
Ho provato in tutti i modi a cogliere l’essenza della nebbia qui presente per poterla mostrare, ma nella campagna non ci sono riuscito.
Ero riluttante ad infilarmi la mano nella tasca interna per estrarre la macchina fotografica, ero riluttante a tutto in quei momenti. Ero io e se non fosse stato per il gelo forse mi sarei tolto di dosso anche gli abiti per avere la possibilità di sparire davvero del tutto.

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Vista a terra dal quinto piano di un palazzo a Mordor.

Qualcuno una volta mi disse che i cambiamenti delle cose dipendono principalmente da noi, e le città con le loro strade i loro palazzi e ponti e macchine tendono ad imbrunire con l’umore che ti porti addosso.
Mordor la sera è diventata qualcosa al di là di ogni mia nera previsione. Tutto l’omologato è innocuo alla ricerca di quella stabile quieta ricchezza fatta di abiti alla moda, buona educazione e integerrima facciata.

E’ un insieme di gente insulsa. Lo dico perché priva di idee, c’ho provato a porgere l’orecchio ed ascoltare di che parlavano. Festa dell’ultimo, scarpe nuove, abito bellissimo fuori da questo/quel negozio, alcool assunto, droghe assunte, com’è quell’altra/o.
Poi ho smesso.

Nelle fiabe più comuni la storia si svolge seguendo una linea riassumibile in un diagramma che qui non ho voglia di pubblicare.
Comunque, all’inizio c’è una situazione stabile, poi accade un avvenimento brutto che porta l’animo dei nostri affezionatissimi sotto terra finché una sequenza di eventi andati tutti in fila riportano la nostra linea all’altezza del punto di partenza, se non addirittura più in alto.
E tutti vissero felici e contenti.

Nella mia fiaba, il cugino di due fratelli costretti a vivere lontani da casa per le più svariate motivazioni si trova giù di morale per la chiusura della storia con la sua amata.
Non è questa la sede adatta per avanzare giudizi sulla suddetta amata, né tanto meno su di lui.
Qui mi riallaccio ai mutamenti architettonici delle città in base ai rispettivi umori.
Nemmeno uno dei due fratelli era tanto felice, per motivazioni ben più complesse, o forse più semplici, fatto sta che per risolvere la questione c’hanno pensato due amici della sorella dei due fratelli (qui i personaggi entrati in scena sono tanti. Ma se scrivessi opere teatrali sarei uno di quelli che farebbe entrare gli attori tutti nello stesso momento, facendo fare loro la prima battuta contemporaneamente mentre vengono lasciati cadere dall’alto).

Dicevo, i due fratelli avevano anche una sorella che a sua volta aveva altri amici.
Due di questi suoi amici erano una via di mezzo tra i maghi e gli scienziati così, in quella serata a tre tra i fratelli e il cugino, venne proposto loro un giro sulla macchina del tempo.

La macchina del tempo catapultò i nostri tre affezionatissimi in un posto ben conosciuto da uno dei fratelli.
Un posto dove l’umore non poteva di certo intaccarne le pareti, un luogo rimasto esattamente come sette anni fa. Con quel sorriso fatto di persone divertenti ancora da conoscere, musica avanti di qualche anno sulla tabella di marcia della soldomusischifografia da emmetivì e, soprattutto, tanta voglia di divertirsi.

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Non avevo la liberatoria da far firmare.
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Eravamo in tre, siam finiti in una ventina. Tutti conosciuti lì.
Credo che la macchina del tempo abbia funzionato: il cugino è quello al centro in basso.

Trotterellando tra vecchi amici e nuovi, queste gelide giornate sono state scaldate dalla presenza di persone al limite del geniale, strafottenti e quasi cattive come il sottoscritto.

L’alba si è rifatta viva spesso, a meno che non fosse mortificata dalla nebbia di cui sopra.
Certe giornate, alle tre del pomeriggio si poteva guardare in faccia il sole attraverso la muraglia bianca: un cerchio perfetto e bianco come un lenzuolo da pubblicità della candeggina, lì appeso e disperato nel tentativo di farsi strada tra la nebbia e illuminare il paesaggio.

L’ultimo dell’anno si è avvicinato con un piacevole evento: un vecchio amico in proponimento serale ed augurio del tutto inaspettato. Spero ti sia divertito alla serata di Rock TV, caro Fabio.

Noi? I due fratelli, come al solito, hanno tirato insieme i festeggiamenti nelle ultime quattro ore disponibili.
Dunque, dunque, lasciatemi pensare… Da dove comincio?

A ridosso delle montagne, dove la piana è ancora ben visibile, ma le strade prendono ad arrampicarsi ed i viottoli dei borghi a restringersi. Là dove l’umidità non arriva ad allungare la sua scarna mano fredda e perfino il gelo sembra più cortese, così ha inizio la ventura, con una cassa di ostriche, un sacchetto di scamponi, una bottiglia di ottimo vino frizzante e svariate bottiglie di birra.
Dove non c’era nulla, in quindici minuti c’è stato un perfetto pre-serata.

Per mezzanotte avremmo dovuto essere in un altro posto, a recuperare la convivente del nostro ospite, ma, come al solito, siamo partiti all’ultimo momento, così il momento del fatidico countdown e dei botti l’abbiamo passato strada facendo.

Per avvicinarci alla grande città vicina, si è dovuto attraversare una strada simile ad un serpente disteso tra i prati della valle, così abbiamo dovuto fermare la macchina: tutti i paesi a ridosso delle montagne schizzavano verso il cielo i pirotecnici benvenuti all’anno nuovo. Quello spettacolo, visto tutto insieme, consisteva in un grandangolo di colori e suoni dall’effetto ipnotico.
Anche in quel caso non ce l’ho fatta a scattare foto. Dovevo fare in modo che quell’immagine cadesse giù dalla pupilla e si stanziasse in quel posto dove di certo non posso dimenticare.

Superati i primi due paesi come se stessimo attraversando Bassora – giuro che un paio di razzi ci sono passati vicinissimo – siamo arrivati a destinazione, pronti per dare il via alla serata.

Quest’anno spola tra un caffè letterario ed una taverna: chi l’avrebbe mai detto?

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Lei é… Questa é… … Proprio una bella taverna.

Potrei cercare di rimettere in fila tutto questo, ma non so se avrebbe senso. A dire il vero tutto quello che ho fatto in questi giorni ha avvalorato in sé il motivo di andare avanti e mettere meglio a fuoco tutto quello che volevo, che voglio, che vorrò.

Un’ultima annotazione su di un noto presepe fatto qui a Mordor. Meritevole soprattutto dall’ottimo vin brulé che ogni anno viene offerto ai viandanti.

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E’ lunga da spiegare. In quel presepe si incontrano sacro e profano
nei mestieri storici e chi più ne ha più ne metta. Un bel rèbelòt direbbero qui.
Ma avete mai visto un clown più triste?

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E’ agghiacciante.

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La ricostruzione di una vecchia osteria è verista tanto quanto gli scritti del Verga.
C’è anche il collassato al tavolo.

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Un falò, vin brulé,  quiete e la cometa alle spalle.

Tra le cose inarrivabili per tanti, tantissimi, c’è anche la totale assenza di schemi, usanze, routine nella nostra famiglia. Così capita di rientrare dopo una serata ed essere immediatamente assoldati al ripieno, imbottitura e cucitura del cappone di Natale.
Tutti insieme appassionatamente. Alle cinque emmezza del mattino.

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Se non l’avessi visto con i miei occhi non ci avrei creduto.


Un augurio buono, dai.

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* pensate un po’ quel cazzo che vi pare.

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