Sessantaduesimo

Myth Buster – fanculo: acchiappa-miti, atto secondo. Ho bisogno di contraddirmi.

Questo é un post, come dire… ecco, un po’, ma forse anche di più. Sì, insomma, un post…

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Levataccia di sabato mattina per l’innata paranoia della “cappella” sugli orari, già sull’autobus, con la valigia appresso, mi sentivo Topo Gigio col cuscino.

Appena le sinapsi avevano finito di stiracchiarsi il mio pensiero é stato qualcosa di simile a “non ci sarà di certo nessuno: chi cazzo vuoi che parta per Londra il sabato mattina?”

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe…
che porca puttana
tutta sta gente si levi dalle palle.”

L’Infinito ed oltre.

A rincarare la dose pure una scolaresca con tanto di professore dall’aspetto DeCrescenziano e la boria di una diva anni ’50.

L’idea sul profondamente sbagliato dell’undici settembre già me l’ero fatta – stavolta, nel mio piccolo, ho potuto toccarla con mano: sei controlli. Sei controlli prima di appoggiare l’alluce in terra inglese.
Mancava la gastroscopia e poi le avevano fatte tutte.

A dire il vero l’aereo c’ha messo un po’ a partire, così abbiamo accumulato parecchio ritardo.
Me ne sono accorto dopo. Stavolta, appena appoggiate le natiche sul sedile, mi sono lasciato abbandonare con la testa reclinata all’indietro, un filo di bava come il sangue sulla bocca di Dracula (ma senza lo stesso fascino) e la rumorosità di un orso di 130 chili.
Non male per i miei miseri 60.

Dopo circa un’ora mi sono ripreso realizzando la faccia sconvolta della giovane donna seduta al mio fianco.
Stavo giusto stiracchiandomi per godermi dal finestrino la Tour Eiffel, i tetti di Paris, quando vedo chiaramente dal finestrino un fattorino smadonnare all’indirizzo di un altro intento a trafficare con la scala d’accesso all’aereoplano: Ciampino.

Fortunatamente siamo riusciti a partire, ed il viaggio, seppur breve – dovendomelo sorbire per intero – mi é sembrato interminabile. Come le notti delle vigilie di qualcosa di bello.

La prima cosa cercata a Londra é stato un WC, che non é una statuetta di Winston Churchill.
Credo sia stato l’entusiasmo a fregarmi. L’urgenza, certe volte, mi dà motivo di felicità nell’essere italiano: ignorando tutti i segnali di “wrong way” e puntando al primo cartello omino-donnina-sediarrotellato mi sono isolato oltre la prima anta con i cardini a molle e ho dato sfogo all’euforia.

Pochi minuti dopo mi attendeva l’ennesima coda.

La donna che stava dentro al suo gabbiotto in plexiglas, o vetro antiproiettile, o qualsiasi cosa fosse – purché trasparente – mi ha lanciato la stessa occhiata di certe professoresse quando leggevano la  giustificazione del settimo o ottavo nonno deceduto di qualche mio compagno di scuola. Era uno dei vantaggi del cambiare prof ogni anno.

La prima cosa fatta, appena superato l’ultima barriera tra me ed il Regno Unito, é stata quella di cambiare i pochi soldi portati dietro: 180 €uri striminziti, dimagriti ulteriormente quando si sono tramutati in Pounds.

110 Pounds sono un qualcosa di drammatico quando già in partenza pensi di avere pochi soldi. Restano lì, tra le tue mani, in lenzuolose banconote da venti, e ti guardano. Con la faccia delle regina che sembra schernirti.

Pagarne dieci per il viaggio in autobus dall’aeroporto di Luton fino a Victoria Stèscion é la realizzazione della legge di Murphy.

Mi restavano cinque regine e poche monete in tasca. Come una mano di poker truccata, lì per lì non sapevo realmente se mettermi a ridere o a piangere.
Ho optato per il bluff.

Causa torpore per il viaggio, nonostante lo sfogo e la coda e lo shock per il cambio, ho percepito l’autobus in movimento solo dopo pochi minuti.
Sono stato colto dal panico per una frazione di secondo.
So di non essere l’elaboratore più rapido della terra, ma la guida a sinistra al primo impatto allarma.
Sembra che le auto nell’altro senso siano in manovra di sorpasso come te, e si possa fare un frontale da un momento all’altro.

Sei in Inghilterra, cazzone.

La prima cosa che mi ha fatto dubitare degli inglesi – un caso fortuito, lo ammetto – é stato vedere un’ambulanza: un’auto familiare colorata in modo strano, ed una camionetta della polizia colorata come un’ambulanza.
Si capisce che i feriti o i malati si agitano molto di meno, così ai delinquenti lasciano più spazio.

Ad accogliermi, o meglio, a raggiungermi poco più tardi, una strana creatura dai capelli rosa.
L’incipit perfetto.

Subito dopo i convenevoli vengo accompagnato a Portobello Road, a vedere quel che rimaneva del mercato: avevo fatto più tardi del previsto.

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L’aria quel giorno era fresca e asciutta, come le dispense ideali per i biscotti.
Bancarelle di frutta e di vestiti e di musica e di oggetti d’antiquariato si alternano con una logica da mal di testa.

Ora, quanto sto per scrivere potrebbe non piacere a molti estimatori dell Guinness, ma mi é stato proposto di provarne una pinta corretta con del Blackurrant: una cosa sciropposa capace di rendere dolce anche la Guinness. E ho detto tutto.

Nel breve periodo passato in bagno faccio amicizia con un inglese, che mi dà del polacco. Poteva andare peggio, dai.
Uscendo, non so come, riesco a concepire qualcosa di profondamente demenziale nel siparietto fatto dai signori di mezza età al tavolo vicino.
Vedendomi ridere uno dice qualcosa che credo di aver interpretato come un “Signori, lo spettacolo é finito, é stato un piacere”, fa un inchino e se ne va canticchiando una vecchia canzone, sullo stile di Frank Sinatra.
Un altro membro della combriccola mi chiede da dove vengo, e quando gli dico che sono italiano mi saluta – nel momento di andare – con un Arrivedirty: impagabile.

Lì gli autobus funzionano, e sono in orario. Non sono però esenti da certe cose che racconterò poi. Ed il logo della metropolitana é una figata. Dovrebbero dare un nobel a chi l’ha inventato.

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Una delle mie preoccupazioni più profonde é subito stata sedata: Nicola, quando attraversi ricordati di guardare prima a destra. Qualcuno deve essersi fatto male prima di me per questo motivo, così gli inglesi ti vengono incontro, e lo scrivono per terra.

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Durante il tragitto sui mezzi pubblici, dall’alto del secondo piano, notavo le strade in movimento e le case immobili a ridosso.
Tutto ordinato come protetto da qualcosa di impercettibile.
Tutto avvolto da un’essenza protettiva e pacata.
Questo é stato il primo effetto visivo di una città sconosciuta.

Qualcuno tende a preoccuparsi per piccoli incendi avvenuti in zona. No, non centro davvero stavolta.
Ho trovato subito familiare la casa, ed anche gli inquilini.
Kay e Monica, spagnoli. Lui silenzioso e dall’aspetto sempre assorto, come perso in qualcosa di importante. S’é fatto da solo uno studio spettacolare dove mixare i suoi dischi in mansarda.
Un locale fatto e finito. Meglio di tanti visti in giro.
Monica é solare e responsabile.
Carmelo non l’ho conosciuto. Ho parlato con lui poco: la mattina dopo sarebbe partito per sei settimane a Cuba. E tutta la mia invidia.

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Nell’abitazione tipicamente inglese – tutte le sere sbagliavo la porta d’ingresso e no, non ero ubriaco – ci sono tutte le particolarità di chi la vive in giovinezza, con il tavolo disordinato di colazione e serata.

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Per i maniaci delle pulizie può essere un gran tormento. A me ha fatto venire un po’ il magone.
Anche perché Monica, al suo rientro, risistemava tutto. Tranne il weekend: quello é fatto per riposare.

Il giorno dopo, la BBC dava Inghilterra – Italia a rugby. Tanto a poco per loro.

Raccontando le mie vicissitudini riguardo ai controlli in aeroporto, mi é stato fatto notare quanto i veri sciagurati siano gli irlandesi che mettono piede in terra inglese.
Ironizzando: all’uscita ci sono tre caselli diversi, uno per i cittadini comunitari, uno per quelli extracomunitari ed uno per gli irlandesi.

Il Tower Bridge l’ho visto in corsa, mentre “torreggiavo” anche io dal secondo piano di un tipicamente inglese autobus.
La ruota panoramica chiamata London-Eye (credo), la sera con le luci viola, pure.

Il giorno dopo me la sarei dovuta cavare da solo.

Ok, appurato che il mio inglese parlato ad un inglese deve suonare come qualcosa di vagamente simile al morse, ho notato che quando un giovane interlocutore carpisce la chiave per svelare quest’arcana lingua farcisce tutte le sue risposte con miriadi di Yeah!.
“Sì, scendi per quella strada yeah, poi attraversi yeah, e prendi yeah, l’autobus, yeah”. Sarà stato in metamfetamina, anche se alle dieci del mattino mi sembra eccessivo.
Il rap é anglofono. Non me ne vogliano gli altri né. E’ un parere personale. Come tutto quanto scritto qui, del resto.
Bene, ora so che posso evitare qualsivoglia denuncia.

Una cosa volevo vedere. Un’aria volevo respirare.
Sarà una cosa comune, saranno anche in tanti ad ever avuto la fissa, ma dovevo entrare, passeggiare, sedermi su di una panchina a scrivere, sedermi ai piedi di un albero secco e molto altro, ma lo dovevo fare all’Hyde Park.

Già ai cancelli ho avuto una sensazione del tutto simile ad un orgasmo. Lo so, sono un pervertito e davanti ad una simile visione non ho potuto fare a meno di sussultare.

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Appena entrato scorgo uno scoiattolo. Con la velocità e la silenziosità di un ninja estraggo il telefono per scattare la foto. Fottuto symbian*, quanto tempo ci metti a darmi la macchina fotografica…
Lo scoiattolo mi nota, mi guarda con l’aria di chi un po’ prova pena ed un po’ gode, si alza in piedi come per mettersi in posa, ma sul merdosissimo telefono non é ancora entrata in funzione la modalità-foto, così quello si annoia, si rigira e riprende a farsi-i-suoi.

Sono lì che già mi vanto del fatto di aver visto quello che certamente sarebbe stato uno dei rarissimi ed ultimi esemplari di scoiattolo presenti nel parco, quando ne vedo un altro, ed un altro ed un altro ancora.

Poco più avanti due splendide bambine bionde giocano a meno di mezzo metro da uno di loro, lanciandogli una mela.
Mancava che gli facessero i grattini sulla pancia e l’umiliazione sarebbe stata completa.
Non erano poi così belle quelle bambine. A dire il vero erano odiose. E di sicuro tormentavano le madri con i più insopportabili capricci.

Comunque, proseguo la mia passeggiata tra alberi spogli che sembrano venuti fuori da un film di Burton e arcate con rampicanti aventi lo stesso fascino romantico e gotico.

Su di una panchina credo di aver scritto la maggior parte degli appunti che mi sono portato dietro da là.
Nessun souvenir, i poundi erano troppo pochi. Ho portato con me ricordi e appunti.

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L’assioma più volte confutato in Italia: parco = brutta-gente-e-tutto-quanto-ne-segue, qui é spezzato.
L’erba del parco farebbe invidia a molti campi di serie A.

Il Big Bang é fascinoso, lo ammetto: ma il vociare dei turisti uccide ogni sublimazione di sogno.

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Più tardi, raggiungo la zona in cui lavora Nena – che mi odierà per questa foto segnaletica:

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Spero solo non mi denunci.

Raggiungo Victoria Station, snodo imponente di autobus e comincio a chiedere informazioni.
Trovo, la fortuna ha voluto, un distinto signore con pochi capelli corti e candidi ai lati della testa, ed una barba ben curata – candida pure lei.
Scopro con piacere che deve prendere anche lui l’autobus che poi ha coincidenza con quello che mi porterà a destinazione.
Scopro, addirittura, che deve scendere all’esatta fermata in cui c’é la coincidenza.

“I’m lucky” gli dico. Ero ancora inconsapevole.

Una volta salito sull’autobus questo incomincia un discorso sui suoi viaggi in Italia, ma era solo il pretesto.
“…good football player, in Italy” gli avevo detto di essere italiano.
Passando da Gianfranco Zola, finanche Gianluca Vialli, per gli allenatori Ranieri, Capello, mi ha letteralmente asciugato con un’apologia del calcio italiano, del tatticismo nostrano, al punto di togliermi l’ossigeno.
Arthur Bloch mi perseguitava. Per chi non lo sapesse: l’autore de “La legge di Murphy”, che in questo viaggio tornerà come monito e presenza incombente sugli avvenimenti.
Ho cominciato a capire che forse stava un po’ esagerando quando ha cominciato a parlare delle squadre “amatorial” di Londra. E’ troppo anche per me.
Grazie al cielo mancava poco alla fermata.
E ancora meglio, l’autobus mio stava arrivando di gran carriera.

Sull’autobus nuovo faccio in modo di rilassarmi il più possibile.
Proprio quando sto pensando a come organizzare la mia ricerca del negozio in cui lavora (Nena), una brusca frenata.
No, non intendo una frenata brusca. Un “moto-stop” immediato e, nonostante quel negozio di sanitari sia di indubbia qualità, non mi é sembrato munito di parcheggio interno, tanto meno per un autobus a due piani. Ad occhio e croce direi di essere finito sul marciapiede per qualcosa che ci é entrato nella fiancata.
Quante possibilità per un “bus-crash”? Certe cose non hanno prezzo.

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Alla fine, mi dico, mi mancava la mattinata nebbiosa londinese, che poco si scosta da certe mattine di Mordor.
Ma Mordor non ha il fascino di quella città.
E’ sempre pacato, educato e protettivo. Fascinoso e basta.

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Ultime considerazioni = taglio corto:

+ La birra scorre a fiumi.

– I superalcolici te li danno a misurini: quando ho chiesto un gin liscio, ho guardato sconsolato la pozzanghera sul fondo del bicchiere ed il barista, diverse volte. Nonostante il lime spremutoci dentro.

+ Sono tutti educati e gentili. Educati all’eccesso, al punto di farmi sentire un marziano (maleducato).

– Questi eccessi di gentilezza e cortesia eccedono. Una ragazza che per sbaglio mi ha superato mentre passeggiavo – mi viene naturale voltarmi mentre qualcuno mi passa accanto – senza nemmeno toccarmi mi fa “excuse me”. Ho avuto dei sensi di colpa: per aver attirato l’attenzione del barista poco prima per chiedergli da bere. Sarò mica stato troppo brusco?

L’ultima nota sulla legge di Murphy: ho letto la mia preferita, la filosofia di Steele: Everybody should believe in something — I believe I’ll have another drink (ognuno deve credere in qualcosa, io credo che mi berrò un altro bicchierino) proprio sulla carta dei vini di un ristorante Thai.

Spero, con queste poche righe scritte di corsa, di avervi divertito almeno un decimo di quanto gli ospiti di quella casa hanno saputo far divertire me.
Un grazie senza limiti a tutti. Ed un sorriso a me, che mancava da tempo.

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L’ultima birra, poco prima di partire.


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*Symbian: il mirabolante sistema operativo degli smart-phone Nokia e non so se di altre marche.

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