Ottantaquattresimo

Antefatto: Marco è andato a farsi fare un tatuaggio, il primo tatuaggio.
E’ stato frutto di una furente, alquanto sofferta ed ostinata ricerca di qualcosa carico di tutto il nipponico significato che sta tanto a cuore al nostro affezionatissimo.
L’idea, di principio, doveva essere il fedele rifacimento di uno spallaccio di armatura da samurai giapponese, di non so che secolo – più tardi chiedo, pignoli.

E’ tornato a casa – io l’ho visto soltanto una volta posato piede alla stazione di Roma Termini – con una carpa e delle strane linee curve sulla superficie lisciata della spalla, del tutto simili a quelle delle mappe del meteo per indicare le zone di alta e bassa pressione.

Ovviamente c’era tutta una spiegazione dietro:

(PARTE LIEVEMENTE OMESSA DATA L’IMPOSSIBILITA’ DI INTERROGARE IL DIRETTO INTERESSATO: ORA DORME – e tra poco pure io).

Il fatto: Marco deve tornare dal tatuatore per proseguire il lavoro cominciato. Round due/di(si-suppone-ma-non-ne-siamo-sicuri)
/tre.

IPSE DIXIT:
Stavolta metto su la maglietta smanicata, così ho meno problemi quando torno: non voglio farmi mettere la pellicola come l’altra volta”.
Marco

Partiamo di casa verso le 19, il cielo è di un insolito grigiastro – le ultime giornate, da un paio di settimane a questa parte, sono state limonate (baciate sarebbe un eufemismo) da un sole degno del deserto dell’Arizzona – e ci dirigiamo come schegge alla volta di Testaccio, quartiere storico di Roma di cui spero di poterne svelare qualche segreto a tempo debito.

Dopo aver mangiato un panino alla velocità della luce, manco fossimo in pausa pranzo, ed aver inforcato una viuzza delle tante ancora a me anonime, ci troviamo davanti ad una bottega con la saracinesca semiabbassata.

“Siamo in anticipo, o c’è ancora dentro qualcuno o devono ancora sistemare” mi spiega Marco.
Non faccio una piega ed aspetto, finché il nostro via vai trasversale rispetto al senso del marciapiede, ma verticale sull’obbiettivo (manco fossimo dei missili aria/aria), riesce a catturare l’attenzione di una ragazza all’interno del laboratorio che ci apre e ci invita ad entrare.

La bottega in oggetto si presenta come un piccolo locale composto da una stanza aperta a sua volta composta da un piano terreno ed uno semi-semi (ma molto semi) interrato – pochi gradini a scendere – ed un soppalco delle dimensioni di circa tre quarti il piano principe.

Da sotto si sentono delle voci maschili chiacchierare e il costante e secco trillare della macchinetta ad aghi. Un po’ come il suono di un vibratore ma moltiplicato per dieci.

Dicevo, dallo spallaccio Marco era giunto all’idea di farsi tatuare una carpa sott’acqua con un elmo da samurai sotto di sé, qualche fiore di ciliegio e foglie d’acero. Tutte immagini legate alla simbologia nipponica.

Poco dopo Marco sale sul soppalco ed io rimango al piano terra ad osservare Valentina – questo il nome della ragazza -intenta a lavorare sul lucido dell’elmo di cui sopra, dopo un’attenta consultazione con il futuro portatore del disegno ed un’approfondita analisi su di un libro proveniente nientepopodimeno che dal paese del sollevante, ricco di immagini e particolari delle armature giapponesi.

Dopo diverse visite di clienti dell’altro ieri e amici di vecchia data, arriva finalmente il turno del nostro eroe, e la faccenda si complica un po’.

Dopo diversi tentativi di approccio foglio lucido vs disegno già presente – ed un rifacimento lievemente più grande del calco rifatto da Valentina – i due (il nostro affezionatissimo e Francesco [nome del tatuatore]) decidono per la posizione esatta e si preparano a procedere.

Valentina nel frattempo rincasa.
Non passano nemmeno dieci minuti e l’idea dell’elmo viene allegramente scartata, con diverse asserzioni d’assenso da parte di uno e dell’altro.
Il tutto per l’ilarità della ragazza, poco più tardi avvertita dell’inversione di marcia.

Nell’istante in cui i due decidono finalmente il lavoro da fare, e Marco si accomoda sull’allegra poltrona del foglio da disegno umano, l’atmosfera nello studio cambia.
Se, dal momento in cui siamo entrati, le conversazioni erano accompagnate da musica lounge elettro-nipponica, da lì in poi hanno dato inizio alla serata i Deftones, con un’influenza parecchio rilevante sull’ambiente composto da marmi bianchi e parquet bianco, nella direzione motociclistica del comune senso di tatuatore.

E’ la mezzanotte passata.

“Tranquillo che poi i petali di ciliegio te li faccio rosa shocking” inizia a canzonarlo Francesco.

Io intanto mi avvicino timidamente, sia mai che tossisco e viene fuori uno di quegli sgorbi che tanto mi piaceva far fare alle superiori, col gomito, al mio vicino di banco quando era intento a scrivere o a disegnare.

La serata prosegue allegramente, tra piacevoli battute, osservazioni, nozioni di disegno, e allusioni sulla presunta omosessualità del nostro affezionatissimo.

Il lavoro di sfumatura delle “righe” di cui sopra porta via parecchio tempo a Francesco, e nella seconda sessione di lavoro il braccio prende a sanguinare poco di più (siamo nell’ordine delle emorragie da brufolo schiacciato) con simpatiche espressioni facciali mai accompagnate da bruschi movimenti di Marco.

Finito il lavoro sono circa le quattro e un quarto.

“Scusa, ma già in giro smanicato per fare lo sborone?” gli cheide Francesco.
“No, guarda, stavolta non mi metti il cellophane e tutto l’ambaradan: ho portato con me la retina!”
“hemmm, guarda che così al massimo ti ungi la spalla della maglietta smanicata” gli risponde alzando gli occhi al cielo.

“Marco, se serve ti do la mia…” Sperando non osi.
“Nik, dammi la maglietta va…” e allunga la mano nella mia direzione.
Mi tolgo la maglietta e sento Francesco “ecco, questa è una scena che mi mancava, vedervi così…” e se la sgignazza con noi due scuri in volto intenti a guardarlo male.

Metto su la maglietta smanicata di Marco.

Ora, per chi non lo sapesse, io peso all’incirca 60 chili. Sono alto un metro e 84 centimetri, insomma filo in alto come un palo della luce.

Marco peserà sì e no 100 chili, ed è alto più o meno quanto me.

“Però, dai non stai male. Quando esci di qui, con quel fisico e vestito così magari trovi la fidanzata!” insiste Francesco.

Mi guardo allo specchio: “Effettivamente faccio una via di mezzo tra il cantante maledetto di qualche gruppo underground inglese e Kate Moss. Non è bello”.

Così siamo rientrati.
Col cielo che albeggiava ed in giro solo poche persone – e qualcuno mi spiega come mai sia pieno di ragazzette dall’accento spagnolo in abito da sera e con uno stacco di coscia lungo fino ai miei capezzoli (e senza pomo d’Adamo *ndN*) – siamo riusciti a raggiungere la tana nel giro di pochissimo tempo: non potete immaginare quanto siano rapidi gli autisti dell’ultima corsa notturna, capaci di infilarsi per i vicoli di San Lorenzo ad una velocità cui io non riuscirei al volante di una Smart.

Non mi dilungo oltre, voleva essere una semplice cronaca.
Non ho fatto nemmeno le foto al braccio di Marco che ora è sul divano che dorme. Con l’aria condizionata a palla, il braccio fasciato e imbragato che deve sudare il meno possibile ed un colore in viso che sfumava dal cinereo al verde pistacchio, con le punte degli zigomi vagamente rosei.

Vado a dormire: c’ho sonno ora. Davvero dico. Davvero.

canzone tra le tante della nottata rimastami in testa.

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