Secondo

In questo momento potrei aver perso tutte le mie parole per strada. Quello che mi preoccupa è la data: solo la nascita del secondo giorno dell’anno e sento l’oppressione di me stesso gonfiarsi a tal punto da farmi vomitare. O forse è quello che ho bevuto nei festeggiamenti. Non so.
So per certo che il mio giovane corpo regge ancora bene lo stress alcolico, ma non so quanto la mente ed i miei nervi reggerebbero senza quello.
Mi rendo conto che questi giorni si attraversano con l’occhio vigile verso le buone azioni del prossimo – e di per sé è già una gran rottura di palle – ma tant’è.
Mi chiedo quale sarà il prossimo passo, guardando sospettoso una corda che tengo per le occasioni buone.
Macché “suicidio”, è di saltare che parlo. Maliziosi. Maliziosi e precipitosi. Maliziosi, precipitosi e pessimisti: vi conosco.

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Saltare, saltare la corda per cercare di pensare ad altro, ricordate? Almeno una volta, da bambini, avrete saltato un pochino la corda. Quantomeno per imitare Silvester Stallone nelle sue imprese fiction-pugilistiche. Ecco, forse saltare potrebbe riportarmi a quei periodi, fatti di ebete espressione sospesa tra i pastelli, le biciclette e la soggezione per mamma e papà.
Ora un po’ di cose sono cambiate, non per forza in male. All’epoca se avessi chiesto a mia madre una bottiglia di Brunello di montalcino al massimo avrei rimediato un ceffone. Anche se quando le chiesi Carol Alt – e non dovevo avere più di undici anni – lei apparve sorpresa, ma mi appoggiò.

Constatai ben presto la delusione di ciò che si può e non si può avere, ma covavo in me il sentore che la causa del non raggiungimento dello scopo fosse dovuto al fatto di non essere riuscito a rimediarne l’indirizzo. Avesse letto le mie lettere di fuoco e – portato il suo desiderio-di-vedermi a livelli del tutto simili alla brama delle streghe cattive – visto questo aitante undicenne, non avrebbe potuto di certo resistere.

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Stanotte stavo pensando all’ennesima festa di fine/inizio anno. Questo anno però sono rimasto più in disparte, sorseggiando quel che avevo da bere senza la consueta leggerezza che può spingere agli eccessi di divertimento, sicché ho potuto tenere gli occhi aperti e guardarmi attorno.
Posso dire che i comportamenti si riducono ad un’unica grande metafora; ora della mezzanotte del primo dell’anno si è passati per un bivio: o amico di tutti o nemico di tutti. Tra queste vie c’è anche chi si impasta nel mezzo, e la mattina dopo ci rimedia un gran mal di testa.
La cosa commovente è l’entusiasmo che tutti ci cacciano dentro. Poco importa se lo devono fare a pedate o a colpi di brugola, l’importante per quella notte è alzare l’umore, anche se lui vorrebbe benissimo starsene a letto.
Questo è un piccolo miracolo, anche se a molti dà fastidio. E’ un miracolo perché ci si svela davanti davvero una sorta di spirito di sopravvivenza del ragazzo moderno. Perché riesce a mettere tutto da parte o si sforza per farlo. Un sorriso tirato, dall’apparenza più simile ad una smorfia di dolore, è comunque un successo, è comunque il tentativo disperato e fatto – fino in fondo – di unirsi al resto della curva. E di divertirsi.

Si dice che l’accezione essenziale di divertire sia sognare. Ebbene, per quella notte ne ho vista parecchia di gente sognare, e non era di certo quella stramazzata o gli zombi che per spostarsi devono attaccarsi a tavoli e pareti, manco fossero handicappati (vedasi gli “impastati nel mezzo”). Ho visto la bellezza di un caos intoccabile, ma presente. Come un sabato-sera, più di tutti i sabato-sera.

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Ho visto la gente non curarsi di nulla, ammazzando il tempo mentre il tempo ricambiava loro il favore.

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