Novantaduesimo

Un microscopico tributo. L’arrogarsi il diritto di buttar giù qualcosa almeno in grado di non farti voltare pagina alle prime righe.

La tua America era decisamente più semplice. No, non per l’effettiva scioltezza descrittiva delle piccole realtà rurali. Semplice questione di semantica: l’italiano è scaltro – no, non la lingua, l’individuo – e sa fare in modo di girare e rigirare i significati di più parole al suo modo d’interessere.

Mi sposto e cerco di togliere un po’ di sfumature, così da avere una bella serigrafia nitida della faccenda.

Finalmente ho trovato un lavoro che si concilia con gli studi, un lavoro capace di darmi il tempo per studiare. Ed un lavoro di cui non pensavo assolutamente d’essere in grado.

Mi ci vedi sorridente – quasi-sorridente – con chiunque? Dietro un bancone? In grado di gestire un bar con gli ordini e tutte quelle cose lì?
Il vantaggio è di certo nella locazione. Dentro ad un cinema i clienti non hanno scampo. Soprattutto quelli muniti di chiassoso suppellettile comunemente definito “figlio/a” da soddisfare pena lagnoso e dolente trituramento degli attributi.

Ora non ho voglia di sputtanare l’utenza. Mi ci vuole ancora più materiale, ma credo di aver accumulato già una buona quantità di buoni propositi a riguardo.

Voglio parlare dell’ambiente in sé.
Scopa nuova scopa sempre bene” massima da tatuaggio tanto vera quanto spietata, ma su questo credo di aver già fatto il mio convincendo i titolari.
Almeno tengo pulito, mi incazzo con i fornitori se non arriva la roba e ho tenuto una media di un libro al giorno alla terza settimana di lavoro. Ora mi sono portato “Il falò delle vanità” di Tom Wolfe. Ero stufo di finire tutto così presto, seppur soddisfatto dalle letture.
Faccio bene i conti e non dimentico le luci accese. Direi che come gestore vado anche di lusso, tenuto conto dell’abbandono totale da parte di chi mi dovrebbe affiancare giusto la settimana dell’inizio ignorante d’afflusso di gente.

E comincio anche a conoscere le trame dei filmS che escono.
Kung-fu Panda l’ho odiato. No, il film in se è anche bello, sono i bambini. Quella folla di marmocchi accalcati al bancone con mamme ingioiellate (non in tutti i casi, grazie al Cielo) pronte ad esaudire tutti i loro desideri e un bicchiere di plastica per favore altrimenti mi rovescia i pop-corn. Una delizia.
Sto cercando il numero di telefono del pifferaio magico, anche se gli affari vano a gonfie vele.
Venite Bambini! Certo, la sala 1 è di là, proprio dove c’è scritto Hamelin!.

Non l’ho ancora fatto per i sensi di colpa (d’affari?).
Poi ci sono le bambine: le mie preferite.
Evitiamo battute facili, per favore.
Ce n’è per tutti i gusti: dalla bambina timida che affida al genitore di turno il messaggio da darmi che poi viene girato ed allora io mi rivolgo al genitore “dica alla principessa che sarà subito fatto”.
A quel punto, fino adesso, si voltano con un’aria di sfida.

I “mini-me”. Al femminile sono agghiaccianti: mamma e figlia identiche. Lo sconcerto si raggiunge quando la consapevolezza porta a realizzare frasi del tipo:
se decidete di stare con una ragazza seriamente, guardate sua madre, perchè lei diventerà così. Vorrei che non fosse così, ma fino adesso lo è sempre stato” – Tommy Lee (che di donne ne sa di certo più di me).
Le bambine simili alle madri troppo spesso sono stronze. Proprio come le madri.
Non ho dibattiti, cerco di ridurre il dialogo al minimo, perchè il mio accento qui è una trappola e non ho troppa voglia di sopportare domande – anche se fino adesso ho sempre fatto lo splendido rispondendo a tutto.

Dico anche “grazie e buona visione!” quando do loro il resto. In quei momenti mi sento un po’ Gabriella Golia, ma fa lo stesso.

Hancock peggio ancora. L’età si è alzata in quella giungla comunemente detta adolescenza.
Lì parlo col mio accento. Gli adolescenti non fanno domande. Mi guardano come uno strano animale dello zoo. E per di più pericoloso.
Almeno so che non sgraffignano nulla dal bancone.

Ho un secchiello di chupa-chups in stile pop-art già mio e Jack, sì, il ragazzo che mi ha insegnato il lavoro e che tornerà settimana prossima (sia ringraziato l’Altissimo) tanto loquace quanto uno spasso. E poi ho sempre desiderato qualcuno da chiamare Jack. Giacomo è un po’ troppo biblico. No? Vabbè, Leopardi lo sopporto poco lo stesso. Jack va decisamente meglio.
Pagliaccio di ghiaccio” lo chiamano i colleghi del cinema. In un altro modo i suoi amici, è un hipoppettaro, ma alla fine credo gliene importi un cazzo. Quello che gli importa è stare bene. E farò in modo che stia bene almeno finchè belzellerò dietro quel bancone.

Mi serviva, questa cosa qui, per cominciare a mettere in chiaro alcune cose. Almeno, a me.

Ho tanto di cui parlare, ma mi sto rendendo conto di buttare giù alla rinfusa troppe idee alla volta.
E devo ancora parlare del giro turistico fattomi fare da Fabio, il proiezionista più esperto.
Ho due fotogrammi di X-files infilati nel mio moleskine. Non che me ne fregasse qualcosa, di X-files, ma non avevo mai avuto del 35mm direttamente da un cinema.
E poi le quattro forature per un fotogramma, insomma ora mi guardo un film e poi vado a dormire, intanto metto un po’ in ordine le idee, che di questi giorni ne ho veramente bisogno.

P.S. Scusa David se sono stato impulsivo e furioso. Deve essere l’effetto post-dipsomania.

P.P.S. il -21 giorni sono diventati 28, il che sposta tutto di una settimana, ma fa lo stesso, ora ho questa canzone in testa: buona giornata a tutti!

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