Novantottesimo

Qualche settimana fa mi è arrivata al bar la consueta merce ordinata.
Tra le varie cose c’era anche una latta di olio di cocco per i pop-corn e, mentre trafficavo con Jack nel delicatissimo intervento di sostituzione della vecchia latta, leggo l’indirizzo della ditta che lo produce: via xxxxxx, n° xx, Bagnolo Cremasco.
Lì per lì mi sono solo limitato a scherzarci su con Jack, riguardo la curiosa coincidenza con Mordor, non facendoci più caso.

Oggi, mentre rabboccavo il secchio di mais da scoppio, l’occhio mi è ricaduto sull’intestazione.
In cinque secondi la mia mente è scesa dalle scale del cinema, ha imboccato la strada in direzione della tangenziale di Roma uscendo all’imbocco del Grande Raccordo Anulare, quindi ha percorso il tragitto fino a raggiungere il casello dell’A1 direzione Firenze e, arrivata all’altezza del capoluogo toscano, ha proseguito in direzione Bologna – capoluogo emiliano – proseguendo a razzo verso Milano1 – capoluogo lombardo: tangenziale fino all’uscita Paullo, statale verso Cremona, fermandosi, appunto, a Bagnolo Cremasco.

La mia mente s’è fermata davanti ad una discoteca, la Magika, ai miei tempi – l’adolescenza – Ok Club.

Dunque la mia mente era a Bagnolo Cremasco, davanti ad una discoteca, probabilmente accostata dall’altra parte della strada con le quattro frecce accese.
Quello che mi ha scosso, davvero, è stato il luogo in sé: non mi sono trovato nella logica zona industriale in cui, probabilmente, si trovava la ditta di produzione del suddetto olio, e nemmeno nel centro storico e nemmeno all’Isola che non c’è, locale gestito da un toscanaccio di cui non ricordo nemmeno il nome nonostante le assidue frequentazioni in un determinato periodo della mia vita. No, ero con la mente davanti alla Magika.
Ora, io – della Magika – non sono nemmeno mai stato un frequentatore abituale, come di qualsiasi discoteca: l’unica volta che mi capitò di trovare una ragazza ben disposta aveva appena avuto buca con qualcun altro, e noncurante del fatto che sapessi tutta l’antifona, ricordo solo che sollevò i pantaloni della tuta fino a metà coscia – girandosi verso di me – e, facendomi un gran sorriso mi chiese “tu che fai?”. “Schifo” pensai “un po’ meno di te, ma conto di arrivarci, un giorno”, ma non le risposi. Mi limitai ad andarmene via. Ero ancora un idealista al tempo, anche se in pochi mi capivano. Mio fratello preferiva definirmi con “non te ne rendi conto neanche se te la sbattono in faccia”. Forse aveva ragione lui, ma in quella situazione, più che imbarazzo, provai disagio, schifo e ribrezzo. Solo che ero giovane e meno rodato. Oggi le avrei sputato in faccia. Dopo averne approfittato – della situazione – s’intende, ma non fatemi divagare troppo.
Stavo cercando di capire il perché la mia mente si fosse parcheggiata proprio lì davanti – alla Magika-ex-Ok-Club, così ho provato a fare un po’ di ordine:

  • Quello era il posto che mi faceva capire di essere a Mordor quando tornavo da un viaggio, breve o lungo che fosse: Milano, Monza, Firenze, Lucca, Torino, Genova, Perugia, Lugano, Chur, Monaco, Erding, Zurigo, Stoccarda, Amsterdam, Nizza, Los Caños de Mecha o checcazzo sia.
  • Lì ho passato poche serate, ma tra le più divertenti, tra Halloween e carnevale2 e Schiuma-Party
  • Quel paese – Bagnolo – per me nasceva e moriva in poche centinaia di metri, proprio su quella strada: la Paullese. Nasceva alla Magika e moriva poco prima di imboccare la tangenziale di Mordor, o viceversa – a seconda del senso di marcia.

<< Perché fumi come un maniaco? >> mi ha chiesto Jack
<< Come? >>
<< Perché fumi così… fai così a fumà >> e prende a fare brevi e rapide boccate dalla sigaretta, proprio come uno schizzato.
<< Perché devo andare a scrivere >> ho risposto, fissando un aereo che attraversava lampeggiante il cielo nero.

Altrimenti mi scappano le parole, ho pensato senza dirglielo, prima di scrivere questa cosa qui.

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1L’uscita corretta per Mordor sarebbe “Lodi”, anche se, prima della costruzione della tangenziale – di Lodi – e del casello, si prediligeva l’uscita “Piacenza Sud”, passando per Codogno. Non chiedetemi il perché, ma ho sempre avuto amici e parenti parecchio pragmatici.

2Spesso le maschere più belle erano quelle di gruppo: una compagnia intera vestita da puffi (ognuno diverso, ovviamente) e addirittura quattro amici (non quelli di Gino Paoli) – al tempo del film – vestiti da Titanic, inseriti dentro un “barcone” sorretto da bretelle.
La maschera “singola” più divertente che ricordo era di un tipo vestito da secchio dell’immondizia: quelli di plastica neri bucherellata. Mi confessò poi di aver deciso quel vestito di “fortuna” in extremis, dopo un invito all’ultima ora.
In quel locale venivano messe in palio vacanze in paesi esotici per le maschere più belle e quell’anno la vinse, appunto, il “cestino dei rifiuti”.

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