Un mercoledì sera.

Ieri sera ho visto un uomo piangere. Piangere per una convinzione a mio avviso errata, col candore appassionato capace di prendermi ogni volta che sento una sorta di sopruso non condiviso, m’infiammo.
Dall’altra parte, in risposta, lacrime. Come se fossero state lo sfogo aspettato da una vita o giù di lì. Ne sono rimasto sconvolto. Mi c’è voluto un bicchiere di rum per riuscire a sedare lo sgomento cui – tanto bravo a placarlo a vista quanto incapace di chiuderlo nel vasto recinto gastrico – mi son trovato assoggettato.
Ma facciamo un passo indietro.
Per la seconda volta negli ultimi tempi si propone serata me/amico, visto il successo della precedente edizione.

SMS: Nick, raggiungimi a San Lorenzo1 sono con una compagnia di Torino. Simpaticissimi.

D’accordo, ci vediamo là.

SMS: Sono al xxxxxxxxxxxxx. Se non sono fuori sono dentro.

Cazzo ci farà fuori col freddo di questi giorni” è stato il pensiero del momento.

Chiudo il bar del cinema: ingabbio bibite e porto tutto nel magazzino sul retro prima di iniziare la passeggiata alla volta di San Lorenzo.
Per arrivare in quel quartiere, dal mio posto di lavoro, ne passa una piacevole passeggiata.
In primis per l’accesso alla Tiburtina (Via) da una minuscola viuzza fornita di due interessanti – almeno da fuori – locali, di cui uno frequentato prettamente da africani, con un insegna gigantesca in arabo, l’altro da persone fin-troppo-in-ghingheri per i miei giusti. Questa viuzza si chiama Cupa (via), e già il nome di per sé basta a sortirmi un effetto rincuorante, anche se troppo spesso, all’uscita dal lavoro, per rendermi conto dei neri nel vicolo devo fare ricorso alla luce dei cellulari cui sono perennemente attaccati. Una volta ho visto anche un matrimonio con tutta gente ingiacchettata e la sposa di bianco vestita capace di creare un contrasto insolito.
Giunto sulla Tiburtina (via) mi trovo dapprima a curarmi dei sampietrini disposti a mucchio o a voragine, a seconda di quanto radici-degli-alberi + pioggia hanno sollevato o affossato i suddetti, quindi – una volta in salvo dall’altra parte della strada – posso affiancare le alte mura del cimitero del Verano: l’equivalente del Monumentale a Milano, ma leggermente più grande.
Le mura si presentano maestose e massicce, e spesso mi ritrovo a correre con lo sguardo sulle file di mattoni fin su in cielo dove, tempo permettendo, luna e stelle hanno il loro perché tra gli intricati rami degli alberi che costeggiano la strada.
L’accesso diretto a San Lorenzo lo faccio da Piazzale del Verano, inoltrandomi in un quartiere che all’improvviso pone fine a tutti quegli ampi spazi trovati poco prima.
Lì comincia una delle proponibili serate romane. Per le altre datemi tempo – e voglia di scriverne.
Trovo l’amico appena fuori dal locale, vestito con una felpa a maniche lunghe fin troppo leggera per il clima ed il collo corollato da uno sciarpone da viaggio sull’Everest. Tremante ma fermamente convinto di porre fine alla sua sigaretta accesa.
Mi accoglie con un abbraccio, dopodiché vedo uscire dal locale un ragazzo mai visto prima con la postura inerziale tipica di chi è veramente sbronzo. Quella postura che mette la testa davanti – tanto davanti – a tutto il resto del corpo dando ai movimenti goffi dello sbronzo una parvenza ancora più goffa.
Il centimetro scarso di gradino in marmo sull’entrata del locale per poco non spezza quell’equilibrio impossibile, ma con un contraccolpo del collo riesce a recuperare il baricentro e a non cadere.
<< Fammi indovinare: lui è della combriccola torinese? >>
Marco mi annuisce.
Lui era Ettore. Senza dubbio quello che stava meglio – o peggio.
L’altro conosciuto si chiama Andrea. Fanno allestimenti per fiere avendo a che fare con i più svariati clienti, anche famosi – e che qui non cito.
A detta del mio amico hanno fatto delle istallazioni notevoli, e se lo dice lui c’è da credergli.
Lo stato esuberantemente etilico era dovuto al fatto che quella serata partiva dalle cinque del pomeriggio, ed io sono arrivato solo alle undici di sera. E con addosso il buon intento di non sbronzarmi fino al 31, scommessa fatta con un collega di lavoro e di cui sono ben deciso a vincere.
Purtroppo il limite dei buoni piemontesi era già stato di gran lunga superato, al mio arrivo, così si congedano dall’amico, si presentano e congedano con me – “è stato breve ma intenso” il convenevole – e ci dirigiamo in un altro locale, trovato vuoto.

Cellulare: Nic, con una manovra ben articolata sono riuscito a divincolarmi per la serata. ‘Ndo state?

Era Francesco. Ci avrebbe raggiunto da lì a poco.

“Fuori c’è un mondo”, tema della serata proposto e riproposto dallo stesso durante le tappe successive. Le tre tappe successive:

  1. bar pre-locale pre-cedentemente trovato pre-maturamente vuoto;
  2. locale notturno cazzuto con ambiente piacevole ed orribile serata hip-hop e pista da ballo occupata da energumeni mori e odore di marijuana pari a quello di un coffee-shop di Amsterdam nel periodo delle feste;
  3. locale accomodante con serata rock a basso volume, molte gonnelline da collegiali, parecchie unghie smaltate di nero, altrettanti stivali e cuscini incornicianti tavolini bassi su cui stravaccarsi e magari celare lo stato psicologico eno-traballante.

L’amico era già allo sproloquio esistenziale.
Quando qualcosa va storto, l’ubriachezza è uno degli stati da evitare. Hemingway diceva una frase del tipo “bisogna parlare sempre come quando si è ubriachi. Questa cosa dovrebbe insegnarci a tenere la bocca chiusa”. Detto da uno che poi s’è sparato un colpo di fucile non è poi così rassicurante, ma ci trovo un fondo di verità. L’amico stava già elencando a razzo tutti i punti “arrugginiti” per quanto riguardava vita affettiva, lavorativa, progetti futuri. Ma mi rendevo conto che quello che stava parlando ora in realtà era intrappolato dentro di lui per tutto il santo giorno. Per tutti i giorni della settimana, salvo quando poteva uscire, e spesso si trovava ad uscire da solo, pur di dare un paio d’ore d’aria a quella parte di lui troppo spesso costretta a farsi da parte.
E nel suo caso è un vantaggio. A me, se qualcosa va davvero storto, prende la furia etilica. Allora preferisco lasciare perdere ora. E’ meglio che Mr. Hyde stia lì buono buono ed ogni tanto si faccia accarezzare, col ghigno di chi l’incanto l’ha perso.
In realtà credo che le due cose possano coesistere, al punto di fondersi. Non c’era una lamentela che è una, di quelle dette da lui nel lasso di tempo in cui siamo stati dentro in quel locale, che non fosse risolvibile. Voglia, necessità, non so quale possa essere il motivo per cui se ne resti lì a rimuginare sopra.
Personalmente credo sia una delle cose più limitanti, nella vita di una persona. Troppo spesso sento di gente che lascia le cose così come stanno, credo più per qualche rassicurante sentore apatico che per altro. Che la mentalità comune in questa penisola sia pigra e poco avvezza ai cambiamenti non lo dico mica io. Fermo resta il fatto che troppo spesso ho sentito gente cercare sotterfugi piuttosto di superare il limite imposto. Quello che mi atterrisce è il non riuscire a distinguere il limite tra la diplomazia di un simile comportamento oppure l’ingordigia. Ma tant’è, l’amico in oggetto resta ed è uno dei soggetti più meritevoli incontrati nella mia vita, ed il suo sfogo era dato senz’altro da motivi releganti se stesso in qualcosa che sentiva e sente sempre più lontano.

E questo è uno dei motivi per cui Francesco aveva esordito con “fuori c’è un mondo”, per incoraggiarlo, per incoraggiarci a venire fuori. Il fatto è che se io e quell’amico, nella precedente uscita, ci siamo divertiti come non succedeva da tempo, era soprattutto per quel motivo. Per il fatto che abbiamo due mondi imprigionati dentro ed il nostro strazio diventa una festa nel momento in cui possiamo vederli – quei mondi – e la gente che casualmente ci incontra per la serata si incuriosisce e attacca bottone senza sforzo e offre da bere e chiede e parla e sembra quasi che tutto sia perfetto. Almeno finché dura la magia di una sera. E per l’ego è cibo vedere la gente attorno guardarti come un extraterrestre e trovarti il giorno dopo la tasca piena di indirizzi e numeri di telefono di persone cui a fatica riesci a riordinare nella mente i connotati.

Passando dal secondo locale – vedi punto due di cui sopra – al successivo, la vista di un Dante Alighieri per i vicoli del quartiere è bastato a sollevare gli animi.
Così, noncuranti del resto, siamo andati avanti fino alla terza tappa ed è lì che abbiamo conosciuto altra gente, annotato indirizzi per mostre più o meno note, di organizzatori e pierre.
E nel mentre fumavo una sigaretta avvolto in chissà quali pensieri sono stato colpito da una conversazione pubblica sull’invidia del seno. Tette, niente di più: sono rientrato ridendo come certi malvagi in vecchie serie animate.
Poi ci ha raggiunto Dante, mentre cercavo di attirare l’attenzione del proprietario del locale al di là del bancone. Non ricordo nemmeno uno dei versi con cui ha attaccato bottone, ma sono stati un buon 180 secondi di rime a me riguardanti, alcuni a tratti profetici. Sono dovuto intervenire verbalmente per farlo smettere, ma una foto con lui la dovevo fare.

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Il nuovo disegno su cui sta lavorando l’amico si chiamerà “l’impotente”. Il che la dice lunga su quanto scritto sopra. Le sue lacrime sono arrivate quando lamentava i richiami ricevuti per quanto riguarda la sua dizione. Sì, ha un forte accento delle sue parti – non così forte a mio avviso – ma quello che più ha fatto uscire Mr. Hyde è stato il modo in cui ne soffre di questa cosa.
<<Io sono fiero delle mie origini, perché devo nasconderle?>>
<<Vaffanculo a chi ti dà addosso per questo. Nel tuo caso ci sono le mani che parlano per te. Guarda cosa cazzo sai fare! Guarda quello che hai fatto e che vai avanti a fare, devi dimostrare qualcos’altro? E a chi? Con che diritto, se non valgono la gomma sulla coda della tua matita? >>

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Ed è solo una bozza…

Quella notte, alla fine, ho dormito fuori casa. In primo luogo, perché l’amico non aveva ancora finito di parlare, in secondo luogo perché da lassù, sui tredici piani di un palazzo ridosso Porta Maggiore, tutto sembra più piccolo e tutto può essere quello che la mente suggerisce.
Così i raccordi della tangenziale di Roma sembrano un perizoma, la stazione Termini una luminosa pista da bowling nei suoi binari ed i birilli avvolti dalla luminosità della stazione di cristallo, mentre dall’altra parte la vedi, placida eppur sibilante le automobili a rompere quella gelida notte illuminata dai lampioni e dalle finestre delle case, la città. In fondo, come se ne fosse in qualche modo un simbolo, la cupola, il “Cuppolone”, come cantava Venditti, a ricordare che tutto può proseguire al solito. Che di spettacoli ce ne sono ancora da vedere, e tanti.

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Lo so, le foto sono un po’ mosse. E pensare che c’ho anche lavorato
sopra per renderle più nitide. Provate voi a tenere le mani ferme con
un freddo becco alle cinque della mattina.

La mattina dopo il cielo era del blu di Gaetano, con l’aria fresca e frizzante di una splendida giornata d’inverno.
A piedi da Porta Maggiore al lavoro avevo il sorriso; per tutta la strada che costeggia l’ingresso a San Lorenzo le persone attorno in realtà erano lontane, sotto tredici piani e poco importava se non mi ero nemmeno riordinato la faccia se non immergendola in un lavandino colmo di acqua gelida: con una giornata così la faccia si aggiusta da sola, e poi… e poi chissenefrega. Fuori c’è un mondo, ed io con lui.

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1San Lorenzo è uno dei quartieri frequentato a prevalenza da studenti universitari. Una roccaforte rossa senza però quel fastidioso sentore politico a rompere le palle ogni dove ti muovi.