Categoria: misantrocult

Il caldo del deserto. La devozione a Dio di certe persone materializzata in qualcosa di invisibile ma tangibile. Il fiato di Allah sul collo a ricordarti l’ora della preghiera. Il muezzin a squarciare il silenzio con la sua litania al calar del sole che brucia tutto. Il sole come l’orifizio di un’immensa creatura fatta d’inferno. Le cose inanimate dai colori sbiaditi, impietoso risultato di quel bagliore incessante. Un fabbro invisibile con un martello di luce. Le cose animate dai colori sgargianti, sfacciato risultato della materia organica. Scherzo ingegnoso di chi sa giocare con la luce riflessa.

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Ho avuto la fortuna di accedere alla rete già nei primissimi anni della sua diffusione massiva. Eravamo a cavallo fra il ’96 ed il ’97, il modem ventotto e otto era più veloce del quattordici e quattro che era più veloce del novemilasei, se non ricordo male, la velocità con cui comunicavano i fax.

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Nooooooooooooo!!! E’ morto Germano Mosconi.  

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Devo scriverla a caldo, altrimenti mi sfuggono dei concetti.

Ieri sera c’è stata la finale di un concorso musicale. Non dico locale perchè troppe rime fanno errore, ma questa è un’altra storia.

Mi sono divertito come non mai su di un palco.

Posso dirlo: i Senzanorma trasudano energia e grazie ancora ai fedelissimi più molesti che mai.

Il responso: secondi.

Qui comincia l’articolo.

I Lift off sono molto bravi. Bassista cantante ben inquadrato, chitarrista sciolto, tastierista navigato e batterista dritto come un filo a piombo.
Hanno proposto canzoni meravigliose, dai Pink Floyd, ai Beatles, passando per i Led Zeppelin’ e via dicendo.

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Non è per niente facile. “The time is running out” cantava qualcuno, e mai come in questo caso la frase mi è sembrata più veritiera.

Oggi è un giorno particolarmente triste: Pablo è partito. Sei mesi scivolati via al ritmo di feste all’aperto, studio, danze improbabili e sempre-e-comunque uno spirito, quello Andalù, come si definiva lui, di un’energia positiva disarmante.

Dopo un’ora scarsa di sonno e carichi dei festeggiamenti personalmente battezzati come “il-lungo-addio”, abbiamo accompagnato lui e Virginia all’aeroporto, e non ce l’ho fatta ad abbracciarlo prima che andasse.

<< Vattene >> l’unica cosa che ho saputo dirgli, regalandogli il “The Sun” per le tette dell’immancabile bella gnocca a pagina tre e la Gazzetta dello sport del giorno, a lui che di calcio ne è intossicato come pochi.

Se ne va da Galafhouse chi ha saputo lasciarmi un’eredità immensa.

Dovrei fare un passo indietro, al freddo. Spesso molte storie cominciano col freddo e finiscono – le migliori, quelle più felici – lasciando un velo di malinconia accompagnato da un clima migliore rispetto a quando tutto era cominciato.

<< Abbiamo il coinquilino nuovo. E’ spagnolo >> il laconico commento di Francesco al mio rientro a casa, il giorno prima che Pablo ci si trasferisse.

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Un mercoledì sera.

Ieri sera ho visto un uomo piangere. Piangere per una convinzione a mio avviso errata, col candore appassionato capace di prendermi ogni volta che sento una sorta di sopruso non condiviso, m’infiammo.
Dall’altra parte, in risposta, lacrime. Come se fossero state lo sfogo aspettato da una vita o giù di lì. Ne sono rimasto sconvolto. Mi c’è voluto un bicchiere di rum per riuscire a sedare lo sgomento cui – tanto bravo a placarlo a vista quanto incapace di chiuderlo nel vasto recinto gastrico – mi son trovato assoggettato.
Ma facciamo un passo indietro.
Per la seconda volta negli ultimi tempi si propone serata me/amico, visto il successo della precedente edizione.

SMS: Nick, raggiungimi a San Lorenzo1 sono con una compagnia di Torino. Simpaticissimi.

D’accordo, ci vediamo là.

SMS: Sono al xxxxxxxxxxxxx. Se non sono fuori sono dentro.

Cazzo ci farà fuori col freddo di questi giorni” è stato il pensiero del momento.

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Questo è il centesimo post di misantropia.it.
Questa è la centesima volta che imbratto queste pagine.
Quanto segue, è, prima di tutto doveroso – da parte mia – e non è solo il caso a fare in modo che per la centesima volta, l’argomento sia violentemente personale.

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Sono sempre stato restio a scrivere della brutta gente che ha avuto il fegato e lo stomaco di sopportarmi nonostante il passaggio delle ere.
L’era post-studio.
L’era pre-lavorativa.
L’era lavorativa.
L’era nomade e l’era post-cataclisma.
Almeno, per quanto mi riguarda.

A voler pettinare daccapo le persone appartenenti a quella cerchia, di certo ho dei nomi e

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No, non era Mario Biondi. Era Leonard Cohen.

Lentamente affiorano ricordi che avevo sopito per non so quale insulso castigo e trovo terapeutico il dialogo spolverante memoria passata.

E’ come se trovassi di volta in volta un pezzettino di una mia identità imprigionata da tempo, e tu inconsapevole a darmi indizi.

Ed allora ecco, non ho voglia né tempo per scrivere, ma ne ho per mettere qui due canzoni che apprezzo tantissimo.

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Dialoghi aulici 2 N: Salva nella cartella: Afterhours – I milanesi ammazzano il sabato E: i romani pure l’artri giorni.

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