Centoventottesimo

Ho fatto un sogno.
I collegamenti spazio temporali sono come in tanti sogni. Illogici ed improvvisi.

Il sogno cominciava con me e mio fratello che giocavamo, come spesso facevamo da bimbi, ad azzuffarci. Nel sogno avevamo la stessa età di adesso. Due trentenni che giocano ad azzuffarsi. Lui faceva il pirla con un coltello. Per quanto possa sembrare un atto da incosciente – per quanto è – un atto da incosciente, spesso faceva l’imbecille immobilizzando me o mia sorella e minacciandoci con questo o quell’attrezzo contundente. Ma era pur sempre un gioco. Spesso capitava anche il contrario. Nulla di veramente aggressivo se non uno scambio di battute sarcastiche. Si giocava a fare la vittima ed il carnefice ed i ruoli erano intercambiabili. A mantenere lontano il panico ed il terrore da quella situazione simulata c’era, oltre alla consapevolezza del gioco, anche la fiducia. Nascosta tra le pieghe del cervello, indelebile, che diceva “non può farmi male veramente, siamo fratelli”. Ma mentre mi immobilizza io faccio un movimento avventato e mi taglia sul palmo della mano. Lì per lì ci spaventiamo entrambi. Mio fratello molla la presa. Io guardo la mano ed il taglio sembra leggero, superficiale, niente di preoccupante insomma. Sposto il palmo davanti ai miei occhi per guardare meglio, tendendo le dita all’indietro più che posso, cercando di capire quale sia la reale entità del danno. No, il taglio non è leggero, il taglio è profondo, ma il dolore lo percepisco appena. Mio fratello si allunga, di traverso, cercando di sbirciare sul palmo e capire quanto sia grave. E’ preoccupato, ma io nascondo il taglio per non farglielo vedere. Per non farlo preoccupare di più di quello che dovrebbe. E’ stata una stupidata e la colpa è mia. Il gesto avventato è stato il mio. Non dovevo fare quella mossa con la mano. Fossi rimasto immobile, non sarebbe successo nulla. Quel taglio non era l’epilogo delle sue intenzioni. Ma lui insiste, vuole vedere a tutti i costi il taglio, e mi afferra la mano con la sua. Io stringo il pugno per sfuggirgli, lui stringe la presa. Il sangue imbratta ovunque, schizza dagli spazi fra le nocche, sgorga dai lati del pugno, ma non c’è dolore. Io grido arrabbiato e lui molla la presa, come faceva sempre quando capiva che io mi stavo incazzando e lui esagerando. Sono davanti ad un rubinetto e faccio scorrere l’acqua. Apro la mano ed il taglio non è visibile, è tutto macchiato di scarlatto, cremisi, amaranto, vermiglio, bordeaux. Esce molto sangue. Con l’altra mano sfrego per pulire la ferita, dal foro del lavabo vedo il vortice di liquido rosso cupo chiarificarsi, diventare sempre più trasparente finché è solo acqua. Il taglio è anche più largo di come lo ricordavo. Comincia a fare male.

Sto andando ad una festa con un coinquilino. So che c’è anche lei. Ho voglia di rivederla, non ho più nessuna sensazione avvilente. Sono dentro una villa meravigliosa, é un’enorme villa settecentesca di qualche plurimiliardario, o un’ambasciata. Le pareti mi ricordano quelle di antiche case non ancora ristrutturate, in cui riesci ad immaginare il tripudio cromatico del suo tempo anche se ora è sbiadito. In alcuni punti delle pareti manca l’intonaco, ma non è affatto decadente. E’ solo vissuta, penso. C’è tanta gente, ho questa consapevolezza anche se attorno a me ne vedo poca. Immagino che la villa sia talmente grande da riuscire a disperdere gli ospiti. C’è musica, e la struttura interna della casa è illogica. Mi rendo conto di essere in qualcosa che è sia una stanza sia un corridoio. Ma non è solo nell’arredamento, è a seconda di come e dove sono girato. Un’illusione ottica che fa essere quel luogo le due cose assieme. Come se fosse stato Escher l’architetto a studiare attentamente tutte le linee della casa, per poi darle ad abili costruttori che eseguirono alla lettera le sue indicazioni.
Compare lei con delle amiche al seguito, mi abbraccia. Voglio stringerla per contraccambiare l’abbraccio, ma non riesco. Riesco solo a cingerla come se il mio braccio fosse un cerchio per la ginnastica ritmica, riuscendo ad appoggiare solo la parte interna del gomito a lei. Mi fa male la mano. Lei sorride e mi presenta le sue amiche prima di allontanarsi con loro ed immergersi nella festa. La mano fa un male cane, la apro ed taglio si è aperto ancora di più, si dilata, cancella il palmo e le dita, lasciando solo qualcosa che ricorda le ossa ricoperta da una sostanza spugnosa e giallognola. Non mi fa più male. E’ la mano destra.
Dico di voler andare al pronto soccorso per farmi “cucire” quella ferita, nonostante nella logica reale l’unica cosa da fare sarebbe stata amputarla, ed in qualche modo convinco qualcuno a portarmi dove non-so-come mi cureranno la mano. Non vedo in faccia i medici, vedo solo questo ago enorme con questo filo nero dalla circonferenza adatta alla pesca dello squalo bianco che mi ricuce la ferita. Ho di nuovo le dita, ho di nuovo il palmo, ed il taglio è attraversato in tutta la sua lunghezza da cinque “X” nere simili ai cerotti che si vedono sulle bambole di pezza.
Mi ritrovo alla festa ed ho la parte suturata coperta da un grosso cerotto bianco. Cerco di nuovo lei, voglio abbracciarla come avrei voluto, sono preoccupato del fatto che avesse frainteso il mio abbraccio tiepido di prima. La cerco dappertutto, mi muovo fra corridoi, pianerottoli, scale normali e scale a chiocciola, finché non la trovo di nuovo. Faccio per abbracciarla ma si intromette fra me e lei un altro. Ricordo di averlo visto appena arrivato alla festa, ma di non averci fatto caso più di tanto. Lui prova a baciarla, ma lei gira la faccia verso di me, abbassando lo sguardo. Come se non volesse farsi vedere in quel gesto con un altro. Quando avevo visto quel tizio all’inizio della festa avevo pensato fosse un ragazzo. Invece ora, guardandolo bene mentre le dice qualcosa, un po’ contrariato, noto che ha i lineamenti da donna. E’ robusta e pelosa in modo caricaturale. Un aspetto androgino tendente di più all’uomo che alla donna. La donna di Neanderthal o qualcosa del genere. In quel momento realizzo la sua tendenza sessuale, e quando torno a guardarla è lì, davanti a me, con i capelli non più lunghi di due millimetri, vestita con una salopette di jeans che la rende ancora più mascolina di quanto non facessero i capelli. Capisce che ho capito e mi annuisce. Mi volto e c’è una ragazza che mi fa segno di allontanarmi con lei. So che è una sua amica, anche se non l’ho mai vista prima. Ci diciamo qualcosa, ma non ricordo cosa. Lei vuole appartarsi con me. E’ carina. E’ vestita con un paio di jeans ed una maglietta, ma sopra ha un abito lungo fino sotto le ginocchia che sembra fatto di velo e lamé. Mano nella mano ci muoviamo tra i corridoi e le scale a chiocciola della casa. La perdo. Apro la prima porta che trovo alla mia destra e sono in un altro corridoio. E’ diverso da tutto il resto. Sono finito nell’ala della casa non adibita alla festa. Dove i familiari estranei alla mondanità rimangono nella loro quiete. E’ un corridoio luminoso e lucido e silenzioso. Il pavimento è di marmo, al centro c’è un tappeto di velluto rosso a coste. Le pareti sono colorate con lo spatolato veneziano, delle lanterne di ottone sono sistemate, equidistanti, per tutta la lunghezza del corridoio, illuminandolo nel modo di una lampadina a basso consumo accesa da pochi secondi. C’è una bambina orientale che saltella cantando, vestita come i figli per bene delle famiglie per bene. Io la seguo, non so il perché, ma sento di doverla seguire. Seguo la bimba per i tre scalini a scendere del corridoio, finché non arriva alla fine, dove c’è un’impalcatura coperta da un drappo rosso su cui lei si arrampica. Fa non poca fatica per salirci, ma quando ci riesce si gira verso di me. Io le sorrido e lei contraccambia. Capisco che non mi può portare da nessuna parte e torno indietro. Tornando incrocio una ragazza orientale. Sta andando dalla bimba, mi guarda e sorride. Riapro la porta da cui ero venuto e mi ritrovo alla festa.
Vedo la ragazza persa prima da dove mi trovo come se dal pianerottolo del terzo piano lei fosse a quello del secondo. Nell’anfratto tra le scale. Prendo la scala a chiocciola per raggiungerla, ma finisce con una rete morbida, come le reti dei pescatori ma a maglie molto più larghe. Rimango attorcigliato, impreco, ma non mi perdo d’animo, so che c’è un altro modo per arrivare lì. Torno indietro e faccio l’altro giro. La raggiungo. Prima che possa dire qualcosa mi prende per mano e mi porta di nuovo con sé. Arriviamo in una grande stanza circolare. E’ enorme, e piena di mobili ammassati. Per muoversi lì dentro dobbiamo metterci di profilo e passare negli spazi stretti fra un mobile e l’altro. Lei vuole sedersi sopra uno di questi mobili, ma non ce la fa. L’aiuto cincendole i fianchi, ma una volta che lei ne è seduta sopra il mobile fa per cedere. Mi alzo per prenderla di nuovo ed aiutarla a scendere, ma vedo dietro di lei i martelletti di un pianoforte che picchiettano sulle corde. Mi guardo meglio attorno e sono tutti strumenti a tastiera. Clavicembali, pianoforti, Hammond. Inizio a girare attorno a queste cose, tolgo i panni che li ricoprono, premo i tasti di uno di questi. E’ un organo elettrico. No, non voglio suonare un organo elettrico. Voglio un cazzo di clavicembalo e caschi il mondo ora voglio mettere le mie dita riparate su un clavicembalo. Vedo qualcuno che suona il pianoforte da una parte, un altro seduto come se fosse alla regia di qualcosa, schermi luminosi che oscillano la loro luce davanti al suo viso, ma lui non se ne cura. Porta gli occhiali scuri sebbene la stanza sia lievemente illuminata. Non trovo un clavicembalo accessibile, hanno tutti le tastiere occupate da un altro strumento, nel loro essere ammassati. Non trovo più nemmeno lei.

Sto chiacchierando con un tipo alla festa, e chiacchiera e chiacchiera mi ritrovo sulla navetta che porta dalla villa al gazebo messo davanti ai cancelli d’ingresso fino alla fermata dei mezzi. A quel punto faccio notare al ragazzo che io non me ne volevo andare dalla festa, lui ride e mi dice qualcosa del tipo “grazie fratello”. Scendo dalla navetta e mi avvio a piedi verso la villa. Non so come arrivarci esattamente, ci sono scale da fare per salire. Sono scale fatte dallo stesso architetto della casa, non hanno un senso logico. Salgono, questo è certo. Portano alla villa, anche questo è certo. Ma non sono regolari, si perdono in mille svolte, e sebbene siano come molte scale viste nei giardini di ville, nei castelli medievali, non sono troppo sicuro sulla strada da percorrere. Spunta un’altra ragazza, zainetto in spalla, che mi fa capire di seguirla. E’ spigliata, carina e mentre ci avviamo se ne agigunge un’altra. La prima, dietro di me, mi indica la strada “allora, avanti, avanti, destra, destra, sinistra”. A queste parole mi vengono in mente i lasergames anni ’80, quelli in cui non si giocava governando direttamente il personaggio, ma sequenze animate dovevano proseguire secondo delle ben precise mosse del giocatore. Appunto “avanti”-“avanti”-“pulsante”-“basso” e così via. Allora a quelle sue indicazioni io commento “che è, un videogioco anni ’80?” . Ridono tutte e due, ma la seconda arrivata non si limita a ridere, imita il graffio, passandomi le mani delicatamente sulle spalle e sulla schiena scimmiottando il verso della tigre. Io vado avanti facendo finta di nulla finchè non arriviamo su un pianerottolo di queste scale e corridoi sospesi assurdi. E’ tutto familiare, per quanto i percorsi siano illogici, mi sento a mio agio. L’edera qua e là e gli alberi attorno. Da quel pianerottolo guardo giù e c’è un assembramento incredibile di gente in mezzo ad una piazza, chiusa su tre lati. Davanti a me una costruzione istituzionale, alla mia destra un arco che – supponevo – fosse lo sbocco di un portico, le scale su cui eravamo noi ed, alla mia sinistra, la via aperta. Guardo meglio e mi accorgo che sono tutti cinesi. Una delle ragazze mi chiede cosa succede, – staranno girando uno spot di qualche prodotto cinese straserio – rispondo io. In effetti si sente una voce fuoricampo che recita uno slogan a me incomprensibile e davanti a quella scena si imprime il marchio del prodotto, una mia elaborazione mentale di LIU-JO o qualcosa del genere con in mezzo una rosa tipo il vecchio logo della EL-CHARRO. Era tutto surreale, sembrava di guardare una scena alla tv – la sovraimpressione dei caratteri – ma non ero davanti a nessuna tv. Dall’arco a tutto sesto esce una banda che suona il jingle dello spot. Mi sveglio.

Psicologo
Dottore, è grave?

2 Commenti

  1. fra dice:

    omamma

    30 Marzo 2011
    Reply
  2. Lord B dice:

    dovresti smetterla di mangiare la peperonata prima di andare a dormire, come si faceva un tempo…
    non hai il mio fisico, io mi posso permettere, dopo QUELLA giornata, di mangiarmi il mondo, compreso di fritto misto, e andare a dormire come Angelo, non CON, ho scritto COME!!!

    🙂

    te stai male… ma è una condizione mentale….

    30 Marzo 2011
    Reply

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