Siamo solo di passaggio e mai nessuno che pulisce

Centoventinovesimo

« Nic, che c’è? …Ti vedo un po’ fiacco, tutto a posto? »
« Sì, sono solo un po’ preoccupato. Stasera stacco dopo mezzanotte e domattina ho l’aereo alle sei e qualcosa. L’orario esatto non lo so, Gabriele è quello che si è occupato della faccenda biglietti. Poi considera questa come “la quiete prima della tempesta”. »
« Ah. Ma quanti siete ad andare? »
« Be’… Stavolta tutti. Galafhouse on Tour 2011. »

Giorno uno. Día uno.
Le note oniriche della sveglia Nokia devono essere arrivate non più di quindici secondi dopo l’avvento della fase REM. Non ho gli occhi impastati, non ho la bocca impastata; sono le articolazioni ad essere impastate, i muscoli – quei pochi che ci sono -, ed i neuroni troppo veloci. Con delle facce più o meno così:

Fra-morning

Gabri-morniing
,
laute palpate alle tasche e mille paranoie relative alle immancabili dimenticanze pre-viaggio, puntiamo dritti alla volta di Ciampino. C’è un posto prenotato per ciascuno di noi, una vaga organizzazione all’arrivo, ed una persona completamente ignara di quello che stava succedendo.
« Gabri, sai tu dove dobbiamo andare? » Chiedo.
« Sì, non ti preoccupare, so io i mezzi da prendere… » Mi risponde.
Circa quaranta minuti dopo, dopo aver fatto una fermata della metropolitana a buffo, nella direzione opposta a quella utile, alziamo l’indice al cielo gridando la parola magica: Taxiiiiiiii!
Arriviamo a destinazione: Calle del Dott. Machi, numero 2. Davanti a questa porta:
Porta casa di Pablo!

ǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼǼ!!!!
Questa era un’antica promessa fatta allo spagnolo del cazzo: “non ti dirò mai quando verrò a trovarti. Semplicemente una mattina come un’altra sentirai il campanello suonare ad un orario insolito, e sarai talmente rincoglionito dall’ora mattutina che non ci farai caso, e lì mi troverai con la valigia appresso”.
« Che dico al citofono? » Chiede Gabriele.
« Boh, posta? » Gli rispondo.
« Eeeeeeeh? » Non ne sono sicuro. Ma sono sicuro che da quell’altoparlante sia uscita nessuna parola con un senso qualsiasi.
« Posta, posta… » Dice Gab.
La porta si apre. Interno ventisei. Non sappiamo il piano, andiamo su a piedi. Idea geniale. Ora, tre piani a piedi fanno il loro effetto; quattro cominciano a gravare; cinque sono per la gloria; il sesto è per la trascendenza, ma raggiungere il settimo è stato autolesionismo. Non per altro, vi ricordo che alle spalle avevamo un pugno scarso di ore di sonno ed il viaggio e la metropolitana, poi le valige in mano, e cominciavo a voler davvero bene al tassista anche se se ne era andato da tempo.
Campanello ed aspettiamo. Campanello di nuovo ed eccolo lì, sonnoso come un bambino svegliato la notte per partire e andare al mare, gonfio dalla serata prima, che sgrana gli occhi e non capisce, poi capisce e urla. Òle!

Pablo. Nella versione valenciana ha guadagnato un buon quindici chili rispetto a quella romana, ma per il resto è sempre lui. Colazione con bruschetta tomato (pomodoro) y Jamon (prosciutto) – lo so, ma siamo all’estero, chi sono per lamentarmi? – succo d’arancia e birra.
Nella centrifuga e non fermarti, continua, nella centrifuga!

Raggiungiamo Virginia fuori la sua facoltà. Con noi, oltre a Pablo, Birra: non ho altre parole per descriverlo, se non “il-cane-di-Pablo-e-Virginia”. Beeeeeeeeeeello birra birra birra!

Sistemati attorno ai tavolini di un bar attaccato alla facoltà di architettura, ci raggiungono Virginia con Salva y Marco y Marina, compagni di corso. Fa caldo. Fa estate, finalmente.
E c’è l’assembramento perfetto per gli sbocchi imprevisti e sorprendenti: c’è un tedesco, un francese, un inglese e un italiano. C’è un italiano e un italiano e un italiano e un italiano e uno spagnolo e una spagnola. Ci sono Gab, Fra, Marco, Nic, Pablo e Virginia e sì, la barzelletta può essere dietro l’angolo, di sicuro il divertimento. Quello difficile, giusto per citare.
“Paella? Paella!”
“Pescado? Pescado!”
“Playa? Playa!”
“ E fffancullo ai gilipollas!
La prima sera passiamo oltre Las Torres de Serrano, tutti noi più Marina, aggregata. Mi spiega un po’ la storia di Valencia, e cosa fanno con quella porta. Con questa porta:

torre di serrano

La spiegazione di Marina non è mancata dell’enfasi dovuta all’orgoglio Valenciano: lei è di prima generazione ed ha tenuto particolare attenzione a sottolineare l’origine Andalù dei suoi genitori. Con la pazienza dovuta al mio spagnolo agonizzante, mi racconta: sotto quella porta passò Don Jaume, a cavallo ( tiki tiki tiki tiki – lo scalpiccio degli zoccoli, e, purtroppo, non posso descrivere la faccia da reale incedente la città conquistata perfettamente rappresentata dalla mia guida ) per farsi consegnare la chiave della città da y los moros – la solita questione arabi cristiani eccetera eccetera-. Oggi, chi credo di aver compreso essere una sorta di Presidente della Provincia, consegna la chiave della città alla Fallera Mayor de Valencia y comienzan Las Fallas. Insomma consegnano la chiave della città ad una gnocca inenarrabile che sa anche ballare in quel modo sensualissimo, dopodiché comincia la festa della città che, mi hanno spiegato, consiste principalmente in un delirio di fuochi d’artificio. Per togliere ogni dubbio metto qui la miglior Fallera del 2011, così la smettete di fare domande:

Valencia ha come simbolo el murcielago, il pipistrello. Sì, Valencia è un po’ Gotham City. Se non ho capito male l’enfatica descrizione di Marina il motivo di tale simbolo è legato ad un episodio dell’assedio da parte di Don Jaume ( tiki tiki tiki tiki ) che, mentre i mori stavano per compiere un imboscata durante la notte, fu svegliato da un pipistrello che andò a sbattere contro la sua tenda. Svegliatosi dal rumore molesto riuscì a vedere l’avanzata del nemico ed a prepararsi per un’adeguata difesa, riuscendo così a sventare l’attacco. Òle!

La serata proseguiva a ritmo dirompente. Di seguito metto un grafico sul mio stato psicofisico durante i tre giorni, dove l’asse x sono le fasi della giornata, mentre l’asse y rappresenta valori in cui 1 è perfettamente sobrio e 10 è perfettamente sbronzo.

stato psicofisico

Camminando verso il centro, incrocio una bambina asiatica uguale a quella del sogno. Faccio finta di nulla. Poco più avanti incrocio una ragazza asiatica uguale a quella del sogno, ed aumentano le palpitazioni. Quando dentro al primo locale ho visto un pianoforte abbandonato in un angolo, mentre le casse mandavano i Chemical Brothers, col legno sbiadito ed impolverato ho avuto un attacco di panico che mi ha portato dalla barista brasiliana ad elemosinare un negroni. A dire il vero l’avevo chiesto alla barista bionda del bancone all’ingresso, ma non lo sapeva fare. Mi indica l’altro bancone. Corro di là, devo smettere di pensare, ma l’altra barista mi dice che non lo sa fare, poi dà una pacca sull’epico sedere della mulatta accanto e le dice qualcosa all’orecchio. Lei si avvicina e prima che possa dirmi qualunque cosa le imploro « por favor, un negroni! » Lei mi fa il sorriso più infame che potessi vedere, poi guardo meglio, non lo sta facendo a me, ma alla sua collega, quindi mi prepara il cocktail. Quando fa per metterci la soda le sventolo i palmi davanti. Lei annuisce compiaciuta. Dimentichiamo tutto e balliamo. Bel posto, troppe cose per un giorno. Ma non sono mai troppe cose in un giorno.
Torniamo a casa, leggere un libro per l’infanzia equivale a risolvere un cubo di rubik abbandonato nello scatolone dall’89, ma Pablo deve mandare una mail ad una prof. Entro lunedì. Risolviamo il problema e moriamo per questo primo giorno. L’ouverture perfetta.

Giorno due. Día dos.
E’ estate qui. Il giorno prima, a pranzo, abbiamo mangiato una paella di fortuna nel cortile in autobloccanti ridosso delle mura antiche e, dopo poco tempo, Francesco ha implorato un po’ di ombra perché il sole ci stava facendo evaporare, de aveva ragione. Il secondo giorno si va a la playa. Epperforza. Pablo prenota un tavolo dove sa lui e la paella la fanno vagamente satanista ( decisamente satanista, scoprirò poi ), ridosso alla spiaggia di Valencia dove io arrivo con un emicrania epica quanto il culo della brasiliana della sera prima. Forse anche di più. Virginia si fa dare del paracetamolo al ristorante, finalmente mi passa. Come stavo? Ecco, diciamo che davanti ad una paella del genere, di solito manifesto più entusiasmo di così:

Mal di testaaaaaaaaa

poi la spiaggia, il primo contatto estivo dell’anno. ECCHECCAZZO!

Non lasciatevi ingannare dalla gente, a quest’ora stavano mangiando tutti. Ma c’era un fottio di persone che si essiccava al sole.

Successivamente, carichi della lezione di Marina sull’origine delle Tapas, ovvero fette di salume messe sul bicchiere perché le mosche non vi ci tuffassero gaie e felici ora trasformate in tartine lussuriose, andiamo nel quartiere universitario.
Shangai, stavo pensando di cominciare a parlare di Valencia partendo da Shangai, ma non la città: il gioco. Il paradiso della scosciata, tante gambette più o meno coperte da collant dai mille colori, complice il caldo favorevole, tante da farci una partita a shangai. Sono finito a mangiare tapas fissando il pavimento. L’alternativa era la vertigine.

Tapas

Quella sera abbiamo camminato oltre la cognizione naturale, passando per piazze popolatissime “La piazza ….. figa è bellerrima” di Marco, passando per l’assassino e altri locali-degenero. A dormire intorno alle sette e trenta. Centrifuga, centrifuga!

Giorno tre. Día tres.
L’ultimo giorno, assolutamente da spendere passando nelle zone commerciali, attraverso il fiume e poi, i lavori di Calatrava, come mettere i piedi su Marte. Potrei prolungarmi oltre, la è tardi. Metto le foto che sono riuscito a scaricare e vado a dormire. Domani è un altro giorno, quelli che ho passato sono indimenticabili. Nessuna città è come chi ci vive sa fartela vedere. Nessuna città è come un vero amico sa fartela vedere.

Hay que recordar quién eres. No has tenido el culo para mostrarnos más de lo que podía. Valencia fue el marco. Dibujo, pintura, estábamos en las calles coloridas.
¿Vale, Pablo?

Ed ora, foto a caso:

Sì, il piano...

Sì, ci sono immagini ripetute, domani modifico, stanotte, no.

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Centoventinovesimo punto uno

  1. Gianluca

    Spettacolare Valencia!! E bellissimo e avvincente racconto! Complimenti.

    la frase che scriverò sul libro di aforismi di nicola è “Nessuna città è come un vero amico sa fartela vedere.”

    Da manuale.

    ….però, diamine, un po’ di rispetto per il tuo fegato! 😉

  2. Ipercinesia

    Tu trombare mai eh?
    Eh? Eh? Eh?

  3. io

    … che coraggio hai avuto a lasciarmi qui !!!!! La prox anch’io.

  4. Lord B

    Valencia… 🙂

  5. SAVERIO

    E BRAVI!!
    BEVETEVI N’ALTRA BIRRA!!!!!

  6. Nicola

    Gian! 😀

    Ipercinesia: sono maschio, ma non esercito. 😉

    io: Okay. Facciamooooo… Sidney? 😀

    Savyyyyy!!! Hai ragione: a quando ‘sto caxxo di aperitivo?

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