Ventiquattresimo

Quando arrivò il momento di partire era un assolato venerdì pomeriggio. L’altro si accorse dell’arrivo di uno dal continuo abbaiare dei cani nel cortile e, di seguito, dalla raffica di complimenti a loro indirizzati – anziché urla di terrore.
Il tempo di raccogliere tutto quanto serviva per la permanenza a destinazione e caricare quel grosso medaglione di lamiera – alimentando la curiosità della gente presente al bar di fronte alla casa dell’altro – a bordo del furgoncino ed i due sfrecciavano già rivolti alla meta.

Una tappa intermedia nello studio di un giovane artista in quel di Bergamo, con l’aggiunta di una breve colluttazione con un portatile Mac come fuori programma, e di nuovo catapultati oltre le giunture dei monti, fino a raggiungere la vallata destinata all’arrivo.

Durante un periodo del tragitto, l’altro cedette all’accanimento di Morfeo, dato la coppia di ore di sonno cui era provvisto, causa ignobile turno lavorativo.

Nel tardo pomeriggio, l’uno e l’altro si trovavano già all’interno del laboratorio, trovando lui intento ad affilare grossi coltellacci da cucina.

<< E’ un favore che faccio a delle persone di qui che hanno un ristorante >> giustificò il lavoro.

La serata cominciò inconsciamente con la consegna dei suddetti coltellacci. Come pagamento per il lavoro svolto, lui fece servire il primo aperitivo.

Ci fu anche modo, per i tre, di constatare una cosa durante la cena: una pizzeria + una moltitudine di bambini = San Siro.
No, non il santo. Lo stadio. Al derby, magari.

Quando le pance furono riempite dal cibo ed i canini allungati dal casino dei pargoli volteggianti come trottole per tutta la stanza, cominciò la serata vera e propria, con la visita ad una coppia di amici di lui.

Il convivio zoodomestico tra due gatti ed un coccodrillo travestito da chihuahua non sorprendeva più di tanto i nostri due, ma la cattiveria del rettile-canino non era per nulla tranquillizzante.
Uno dei gatti – il più ramingo tra il trio domestico – aveva diversi segni sul muso, richiamando l’aspetto di Gill, il pesciolino tropicale prigioniero nell’acquario nella favoletta disneyana di Nemo.

I ricordi successivi, sia per l’uno che per l’altro, vanno un po’ sfumando, un po’ mescolandosi, un po’ svanendo, causa assunzione recidiva di elisir montani cui nessuno aveva intenzione di rinunciare.

Nella piazza centrale, quella sera, si era riversata moltissima gente. Presenziavano tutti quanti al concerto di un tal Bepi. Subito l’altro capì chi era.

Non furono né i pantaloncini corti, né la maglietta dell’atalanta, né la parrucca bionda che portava a fargli capire di chi si trattava, ma un po’ tutto l’insieme, con l’aggiunta di un timbro vocale abbinato ad un accento inconfondibile: era il virtuoso autore della parodia “Pota” sulle note di “Tanto”, canzone di un noto autore nazionale.

Poco dopo, l’uno e l’altro vennero portati al cospetto di un affresco dall’inequivocabile fascino.
“La danza macabra” il suo titolo.

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Nell’ennesima taverna ci fu una conversazione con cantante di gruppo locale fresco di concerto serale e – non chiedetemi per quale motivo – i due si ritrovano il demo del gruppo come trofeo di una conversazione che né l’uno, né l’altro si ricorda.
Gli elisir condividevano buona percentuale dello spazio venoso/arterioso con il sangue in circolo di entrambi.

Le giornate successive furono a sfondo lavorativo.
C’era un segreto produttivo tra le mani di lui, l’uno e l’altro.
Questa volta la “creatura” avrebbe preso vita.

Ma tutto questo per dire cosa?

Ah sì, ora ricordo,

Annuntio vobis gaudium magnum;
Habemus Cavalletto:

[…]

Qui sibi nomen imposuit ONOFRIO.

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E non aggiungo altro.

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