Ventisettesimo

L’altra sera esco al pub cui sono solito frequentare dopo la mezzanotte, e mi posiziono sulla porta d’ingresso intento ad intavolare quelle solite discussioni atipiche con amici vari, quando una ragazza dall’aspetto anche-quasi-piacente, occhio spento, mi si avvicina e mi fa << scusa, non avresti cinquanta centesimi? Mi servono per prendere un bicchiere d’acqua >>.
Non so se ci sia stata una qualche causa scatenante, ma quella sera stavo un gran bene, così mi sono girato verso di lei, l’ho guardata così come si guarda qualcosa di veramente curioso e le ho risposto con la prima cosa frullatami in testa.
<< Dell’acqua? con quella faccia lì? >> nello stesso istante le stavo allungando la moneta da cinquanta cents.
Sarà stata la condizione provante, le particelle di THC già fluidificato e gironzolante a braccetto con quelle di alcol nei canali arteriosi, o quant’altro, ma in lei non c’è stata reazione alcuna degna di esser definita come “arrabbiatura”.
<< No, davvero! Guarda, se riesco a farmi dare quella del rubinetto te li riporto! >> subito sulla difensiva.

Sospetto, in certi frangenti, di suggerire nell’aspetto un non-so-che di poliziesco.

Quella entra nel locale e poco dopo ne esce con un bicchiere pieno di acqua e ghiaccio su cui dominava una sottile fetta di limone.
Giurerei di averle visto manifestare anche un sorriso paragonabile a quello dello StreGatto nel celebre racconto di Carrol, mentre soddisfatta mi annunciava << Me l’hanno data dal rubinetto! >> porgendomi la mia moneta.

Lo scambio di sguardi era di quel tipo sorridente e teso, quel sorriso artificioso capace di trasmettere quel messaggio subliminale citante più o meno “ visto, pezzo di merda, che ti sbagliavi?“

Probabilmente non ne aveva abbastanza, ma stava per commettere l’errore che aspettavo. Qui a Mordor è pieno di gente che racconta cazzate – spesso me compreso.
La differenza tra me e gli altri sta nel fatto di riuscire a convincere, anche se so di essere in procinto di raccontare la più grossa boiata.

<< Ma sai che dicono essere più pulita l’acqua dell’acquedotto che quella in bottiglia? >> l’invito ad un bagno sarcastico era troppo forte, così ho messo da parte i miei “ammortizzatori-sociali”.
<< Perché in un modo o nell’altro devo sentire sempre delle cazzate simili? Hai presente tutti gli omini che ci sono dietro alla bottiglietta d’acqua? I controlli che fanno in laboratorio? … e poi c’era la marmotta che imbottigliava! >> Deve averla presa male, ma nemmeno più di tanto. Sospetto di non esser stato nemmeno abbastanza chiaro, ma tant’è che quella mi saluta e se ne va.

L’ho incrociata il giorno successivo, e quella mi ha pure calorosamente salutato! Incredibile!
La prossima volta provo ad uscire e ad elargire vaffanculo al prossimo, sia mai che alle prossime elezioni mi candido e mi eleggano pure!

<< Sai, c’è candidato Nicola: grand’uomo, l’altra sera l’ho visto ed ha passato tutta la serata ad insultarmi per le cazzate che stavo dicendo. >> D’accordo, non ce la posso fare.

In realtà mi stavo inacidendo per un insieme di motivi. Uno di questi motivi è lo smettere di fumare.

Avevo smesso già una volta – frase tipica del fumatore che in realtà non ha mai smesso.
Nel mio caso però c’è un’eccezione.

A farmi smettere la prima volta fu un cardiologo. Ricordo ancora la sua espressione appuntita rivolta a me, come ad indicarmi tra una moltitudine, mentre abbassando le lenti degli occhiali sulla punta del naso mi guarda negli occhi e sentenzia << Nicola, non pigliamoci per il culo, vuoi che il tuo cuore non abbia problemi almeno per i prossimi venti anni? smetti di fumare. Hai le coronarie piccole, se vuoi prendertela con qualcuno prenditela con chi ti ha dato il dna, ma prima di tutto smetti di fumare. >>
C’era il sole quella mattina. Ero con Lella e ricordo ancora la facilità con cui smisi di fumare. Mi bastava pensare a quella montatura precaria sulla punta di quel naso: inguardabile.

Per giungere a quell’inconfutabile sentenza mi sottoposero ad una serie infinita di test, tra cui una “prova-dello-sforzo” consistente nel farmi pedalare su di una cyclette fino a quando il mio corpo me lo avrebbe permesso. La difficoltà stava nel fatto che ogni periodo di tempo prestabilito quell’aggeggio malefico aumentava la resistenza sui pedali.

Una cosa che non so fare è tenere la bocca chiusa. soprattutto quando vengo messo sotto delle simili torture. Mi attaccarono l’orecchino rilevante la frequenza cardiaca e via al test.
Nella stanza c’eravamo io, una giovane infermiera ed una dottoressa.
Dopo i primi centoottanta secondi (dire tre minuti mi sembra poco) cominciavo ad avvertire i primi dolori alle cosce.
<<Tutto bene Nicola? >> mi chiese la dottoressa – probabilmente cominciava a vedere sulle gote mie spuntare quel tipico color pomodoro sotto il sole di Creta. L’isola.
<< Sì, tutto bene. Ma… ma è proprio necessario? >> chiesi cercando di nascondere il più possibile il mio principio di sofferenza
<< Certo! ci serve per capire fino a dove puoi arrivare >>
<< Dove vuoi che possa arrivare su questo aggeggio: non si muove! >> al quinto minuto la durezza dei pedali era paragonabile al rapporto più duro di una mountain-bike sulla salita Cascata di Parcines che parte da Tel, nel Trentino Alto Adige, e vi lascio immaginare cosa non è.
<< D’accordo, io vado avanti, ma qualcuno sta tirando giù i tempi? >> Dottoressa ed infermiera erano dapprima sconcertate, poi, quando ero decisamente più vicino all’esaurimento, mi resi conto di pensare ad alta voce.

Ricordo i due medici che a turno fecero capolino dalla porta d’ingresso di quella stanza per cercare di capire cosa stesse accadendo. Le risate del personale medico erano talmente forti da aver invaso gli ambulatori adiacenti, sollevando la curiosità dei colleghi.

Dovetti farmi aiutare per scendere da quella vergine di norimberga travestita da bicicletta senza ruote. Mi ero spinto oltre per l’orgoglio maschio di fronte alle due vestali.

Sono riuscito a resistere al tabacco per quasi due anni, prima che mi ritrovassi in questa sottile trappola.

Ora mi ritrovo nel tentativo di smettere, ma a tratti mi accorgo di avere i nervi talmente tesi da permettere alla mia bocca di lasciar uscire solo commenti ameni.

L’altro contributo al mio nervosismo era l’attesa.
Mi avrebbe raggiunto da lì a poche ore e già non-ci-stavo-più-dentro.

Sono fottuto. Nel senso buono del termine.
Mi rendo conto di essere totalmente condizionato da una persona e non posso farci nulla.

Come si fa a resistere a chi ti racconta un viaggio in treno manifestando tutti i disappunti che anche tu ben conosci e conclude dicendo << basta, voglio un jet privato con gli oompa-loompa, la gente non la sopporto più! >>?

La realtà vuole che mi ci trovi un gran bene, anzi, forse con gli spigoli ben più smussati di quanto mi sia mai capitato prima.
Trovo fuochi d’entusiasmo che pensavo sopiti nella fogna dell’umanità e tutto questo contribuisce a sollevarmi diversi metri da terra.

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