Ventottesimo

Di fretta. Il passo è di chi sta per raggiungere un posto ben preciso e lo vuole fare nel minor tempo possibile.
C’è qualcosa di diverso nell’aria. C’è qualcosa di diverso nella gente intenta a riversarsi nella stessa direzione.
Ognuno porta con sé un accessorio fatto di tre colori. Tre colori ricorsivi: verde, bianco e rosso.
Anche chi ha nell’aspetto connotazioni straniere porta almeno una bandierina, una maglia azzurra, un qualcosa che richiami l’evento.

Il crepuscolo abbassa di poco la temperatura, alta per il sole della giornata – le poche gocce cadute poco prima se ne erano già evaporate come se avessero sbagliato fermata dell’autobus – ora per l’afa e la mole di persone raccolte nell’enorme conca oblunga.

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Una volta, nel fiore dell’Impero, era stato un ippodromo. Ora ne resta un’enorme conca. Stasera, rasa di persone.
Dei grossi maxischermi sono sistemati sulle alture, di modo che dalla conca più gente possibile possa riuscire a vederne le immagini in movimento su di esso.

Dalle casse poste ai lati dello schermo cui ci posizioniamo si sentono le voci di due giornalisti sportivi << Italia e Francia, di nuovo l’una contro l’altra. Ancora una volta il calcio unisce, tutte le tifoserie, tutte le squadre… >> Smetto di seguire quanto dicono perché distratto dai cori alle mie spalle: “TRA-NSAL-PI-NO-PE-ZZO-DI-ME-RDA!”.
Eh sì, il cacio unisce, come il mastice attacca il legno all’acciaio.

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I cori si fanno più impegnati, librandosi nell’aria con un cantilenato << La mamma del Francese è una put… >>.

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Prima della partita si è tra eccessi di festeggiamenti: la mia scaramanzia non è mai paga, tutta quella gente ilare sarebbe stata il prologo perfetto per l’ennesima beffa del fato. Fortunatamente – scopro più tardi – così non è stato.

Mi offrono un galletto << Perché noi ‘sti galletti ce li magnamo… >>.

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La partita ha inizio ed è una bolgia di tricolori al vento, di urla e canti. Di protezione civile con i nervi tesi quanto le corde di uno Stradivari e pronti a scattare.

Ho notato con gran piacere che la maggior parte degli astanti conosceva l’inno italiano.
Ma vorrei sapere se è normale cantarlo tenendo la mano destra alzata con il palmo rivolto in avanti. Questa cosa – che si sarebbe ripetuta in altro luogo, in direzione di un balcone vuoto, a partita finita, davvero non ho capito che senso avrebbe potuto avere.

Al primo calcio di rigore c’è un evoluzione nei cori.
Da “la mamma dei francesi è una puttana” a “la mamma di Zidane è una put…”, nettamente più diretto, con precisione certosina all’indirizzo del nerboruto intento a battere quel maledetto calcio di rigore.

Al gol ne succedono quindici centesimi di secondo si silenzio, interrotti subito dai cori imperterriti: TRA-NSAL-eccetera eccetera e allusioni alla genitrice di Zidane.

Al gol di Materazzi la terra trema. La terra trema e l’altezza media della gente presente si alza di cinquanta centimetri.
Le bandiere con aste lunghe poco più di un metro raddoppiano la lunghezza e mi ritrovo col cielo oscurato dalla folla e dai tricolori.
Un altro fenomeno paranormale cui non sono stato in grado di dare spiegazione.

Timidamente comincio a manifestare il mio disappunto per il beniamino locale in campo – riduceva di una unità il numero dei giocatori: Totti andava sostituito.
Nonostante l’azzardo, c’è chi condivide. Tiro un sospiro di sollievo e manifesto più accanitamente il mio disappunto.

La protezione civile ci lancia bottigliette d’acqua e noi usufruiamo, tante grazie.

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Al fattaccio del numero dieci blu – anzi, bleu – la conca diveniva una bolgia di “Bù!” indirizzati all’algerino come se ci fossimo liberati di Satana.

Ogni rigore è costato mezzo chilogrammo ad ogni presente.
Li si potevano vedere, quei cinquecento grammi, evaporare dalla pelle della gente e vaporizzarsi su, fino in cielo.
Ogni gol della nazionale era un urlo liberatorio, c’era elettricità a sufficienza per mantenere lampioni e semafori accesi in tutta la città, quella notte, tra tutte quelle persone.

Poi un difensore fa quello che tanti aspettavano da ventiquattro anni. Chi lo aspettava da meno tempo era semplicemente perché allora, ventiquattro anni fa, ancora non c’era.
Io c’ero, ma non mi ricordo nulla.

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Io ci sono, stavolta, e credo non lo scorderò per parecchio tempo.

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Gli ultimi cori d’accompagnamento mentre si rientrava tra la folla festosa: << Volevano vince ma, Volevano vince ma, se sò attaccati ar caz… se so attaccati ar caz.. >> per passare al classico < Ohilellè, Ohilallà, faccela vedè… >> in cui, giuro, ho visto anche giovani carabinieri aggiungersi al coro ed abbracciarsi con tifosi in delirio.

Ma alla fine ci siamo accordati per il coro migliore – tra tutti – sulla stessa melodia de “La mamma di Zidane…”: “La mamma di Bartez non c’ha i capelli!”.

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Che dire, Italiani. Non ci si può proprio far nulla.

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