Trentaquattresimo

Ed eccomi di nuovo su di un treno.
Di ritorno questa volta. Rientro a Mordor per vacanze assegnate sulla tabella di marcia.
Benché sia tra le festività cattoliche quella che sento di meno, mi fa stare a casa un giorno in più, il che va bene.

Sono di rientro dopo un periodo di lavoro massacrante dove le mie otto ore ordinarie le ho fatte quando c’era un concerto assolutamente imperdibile, in cui ho posto dei paletti insormontabili in ufficio, spiantato il picchetto e preparato l’assetto da concerto già prima di andarmene.

Sono tornato a fare un lavoro che di fatto avrei preferito non fare mai più, ma si sa, nella mia vita ci sono delle piccole maledizioni capaci di aspettare il momento propizio per rispuntare fuori e ripresentarsi lì davanti proprio mentre tu stai guardando dietro per vedere se le hai seminate.
Sì, ho di nuovo un ufficio, una scrivania, questa volta un monitor piatto Samsung da una vagonata di pollici ed una comoda poltrona con rotelle: un sogno! …quando avevo diciott’anni, qualche brufolo in più e qualche pelo in meno.
Mi ero ripromesso di “stare alla larga da certi ambienti” mi ci sono ritrovato a pesce.
Il fatto é che io ci ho provato.
Ho provato davvero a fare altri lavori, ma il risultato non è stato dei più esaltanti.

Ma veniamo al dunque e non divaghiamo: per due mesi il mio impegno improrogabile consisteva nel presentarmi di primissima mattina davanti all’edicola di CasalBertone – così si chiama il quartiere in cui ho avuto la sventura di abitare – e, quando l’edicolante vi giungeva per iniziare la giornata, spuntavo fuori gettandomi su di lui come una faina fomentata dalla fame sulla preda.
Oggetto di tanta bramosia Porta Portese giornale d’annunci romano come la Pulce a Londra (o a Parigi, non me lo ricordo) e qualcos’altro a Parigi(o Londra a seconda dei casi. Lo so, ho fatto casino e non volevo, ma credo si possa capire).
Su questo splendido giornale d’annunci scritti in caratteri lillipuziani si possono trovare in vendita ogni sorta di meraviglie ed il martedì un bellissimo inserto dedicato agli annunci di lavoro – cosa presente anche il venerdì (seconda uscita settimanale) in cui, credo, l’unica differenza sta nel fatto che quest’ultimo giorno sia integrato con il giornale e – non ne sono sicuro – abbia qualche pagina in meno.
Sfogliando questi bellissimi annunci di lavoro, mi é capitato di leggerne di ogni: dal barista, al banconista, all’aiuto barman, al cameriere, al magazziniere, all’operaio.
Mi sono reso conto che qualcosa non andava quando tra gli annunci ho cominciato a vederne alcuni in cui si cercavano apprendisti… con esperienza.
C’ho messo un attimo a realizzare, guardate che é davvero forte.

Tra gli annunci più inseguiti dal sottoscritto c’era un annuncio ripetuto a ruota per almeno cinque settimane – poi non so, perché ho smesso di dare due euro alla settimana all’edicolante – in cui si cercava un banconista per una ferramenta. Orari negozio e relativa conoscenza informatica. Mi sono detto: evvai che ho trovato il lavoro dove tenere spento il cervello e riuscire ad andare avanti con i miei progetti.
Macché. Lì ne volevano uno con già dimestichezza nelle forniture meccanico/fai-da-te, sicché mi sono trovato abbandonato a me stesso e con il conto in banca a picco come un sasso tirato giù da una scarpata.
Poco importa se per le tre settimane successive l’annuncio fosse ancora esposto, loro ne volevano uno con esperienza pluriennale nel campo della ferramenta o-come-cavolo-si-dice.

Il turno successivo fu presentarmi in un locale centralissimo (vicino al Pantheon-Fontana di Trevi) in cui cercavano un aiuto barman per questo posto a tema cubano in cui si serviva principalmente vino.
Il titolare sembrava Fidel Castro, stessa barba. Ha guardato la bandiera con su la faccia del Che, ha guardato quella cubana appesa poco più a lato, ha guardato me con i miei occhiali con la montatura spessa nera e gialla e poi mi ha chiesto:
<<come ti chiami?>>
<<Nicola>>
<<Quanti anni hai?>>
<<ventisette>>
Ed intanto annotava con una calligrafia simile a quella araba questi dati su di un quadernone a quadretti già zeppo di altri nominativi: Marika, Laura, Elisa, Jennifer, Maruska, Irene… Nicola.
A quel punto un dubbio mi ha colto di sorpresa. Mi sono voltato per guardare chi c’era dopo di me – io ero il primo della serata da vagliare al colloquio, ma credo il 21495145 della settimana – realizzando che l’individuo più mascolino aveva comunque più tette di me.
Ho concluso l’interrogatorio – stavo per dargli la carta d’identità – e me ne sono andato affranto, capendo che avrei avuto ben poche speranze di prendere quel posto.

Poi é stato il turno del magazziniere in una merceria.
Qui il titolare è un omone dall’aspetto simile al Mangiafuoco Collodiano e la voce di Bud Spencer, che mi chiede le informazioni personali, poi passa ad una domanda trabocchetto: <<ma non c’hai nessuno qua a Roma?>>
<<Come?!>> gli faccio
<<Se hai famiglia, se hai qualcuno a casa da mantenere>> mi spiega.
<<No, sono solo. Ho quattro coinquilini, ma non credo sia la stessa cosa>>
Ogni tanto preparo da mangiare, ma non ho mai raccontato loro le favole prima che si addormentassero né li costringo a farsi la doccia o a lavarsi i denti – ho pensato.
<<Ah! nessuno tiene famiglia! Ma che siete! Tutti che vivono da soli!>> mi esclama addosso.
<<Tra una settimana ci sentiamo…>> conclude.
Non mi ha più richiamato. Da quello che posso aver dedotto credo cercasse qualcuno davvero bisognoso di un lavoro tranquillo e ben pagato, che sapesse dargli la sicurezza di restare anche quando ci sarebbero stati da scaricare i camion sotto la pioggia carichi di prismi in amianto dal peso di trenta chilogrammi l’uno. O almeno così mi piace pensarla. Non ce l’avrei mai fatta a sopportare il fatto di dover prendere la pioggia. Mi raffreddo facilmente.

Gli annunci decisamente più presenti sono quelli in cui devi “DARE UN VALORE A TE STESSO”, lavorando in un call center, impiego anche part-time, flessibile e capace di soddisfare anche le esigenze del manager/stacanovista più incallito. Insomma, un lavoro che ti valorizza, partner di Fastweb, di Telecom Italia, di Omnitel!
Alla disperazione ho deciso di dare anche io una svolta alla mia vita, e mi sono presentato.
A differenza dei precedenti colloqui, qui mi accolgono come un salvatore, quando vedono il mio curriculum ben ordinato ed accompagnato di fototessera con scritto Luogo di nascita: Mordor ammiccano addirittura!
Il giorno dopo devo presentarmi alle sedici in punto per il corso di formazione.
Il giorno dopo mi chiamano alle dieci e zero-sette per ricordarmi che alle sedici in punto c’é il corso di formazione.
Il giorno dopo alle sedici in punto sono sulla porta e mi presento per il corso di formazione.

Insieme a me ci sono altri ragazzi, un extracomunitario con gli incisivi ed i canini anneriti ed una coppia sulla trentina di cui lui – quello in cerca di lavoro – accompagnato da lei – quella che probabilmente lo ama talmente tanto da non potersene staccare nemmeno per un colloquio. M’é venuto da pensare anche che non fosse in grado di sopportare tutto quello stress da solo.

Quando le ha chiesto conferma alla quarta riga del modulo che dovevamo compilare ho dato maggior credito alla seconda ipotesi.
Era la riga in cui chiedevano il domicilio se diverso dalla residenza.

Alla domanda “Perché hai deciso di fare questo lavoro?” ho riscontrato le prime difficoltà: perché è sempre stato il sogno della mia vita molestare la gente per telefono propinando loro un operatore telefonico diverso, oppure perché quello sì che era il lavoro fatto apposta per me, tanto capace di parlare con le persone e di convincerle!
In sincerità ci avrei dovuto scrivere “perché ho bisogno di soldi”, ma ho preferito ripiegare in un “cercavo un lavoro part-time”.

Il corso di formazione si presta ad esporre dei codici di riconoscimento per la reazione della persona dall’altro capo del telefono.
Contento-ci-ha-ascoltato-ed-ha-accettato-
l’accordo (codice), Meno-Contento-anche-se-ha-ascoltato (codice), Seccato-e-non-ha-ascoltato (codice), Incazzato-come-una-iena-senza-ascoltare (codice), esasperato / incazzato/ sull’orlo-di-un-esaurimento-nervoso, non-ne-ha-voluto-sapere-triplo-carpiato-c
on-vaffanculo-finale (codice).
Non pensiate che siano reazioni spropositate per l’offerta che stai facendo. Il lavoro si svolge anche il sabato mattina, dalle dieci alle tredici, orario in cui – uno come me – ancora sta giocando a ping-pong con Morfeo e se venissi svegliato dal telefono e poi da una voce squillante che mi dice <<Buongiorno, sono Tizio di operatore-telefonico, vorrei parlare con chi si occupa del telefono in casa!>> esordirei con qualcosa di sicuro poco cordiale.
Bisogna anche sottolineare la tenacia delle responsabili del call center, solitamente ragazzette un po’ alla mano, molto vivaci e motivatrici improvvisate cui invece di archiviare i nominativi già chiaramente disinteressati all’offerta, li passano ad altri operatori che si beccano gli sfoghi della gente.
Ci sono andato un paio di volte.
Mi avevano dato una città della Basilicata.
Lì già è tanto se il telefono c’é, figuriamoci se sono interessati a cambiare operatore.
Il mio accento nordico non mi è per niente venuto in aiuto.
Dopo il sabato mattina – e tre “vaffanculo” presi – decido che quello non è proprio il mio lavoro.
Si capisce: già il mio timbro vocale ricorda il verso di un rinoceronte con la sinusite, se poi lo filtrate tra i buchini della cornetta ed i cavi ossidati della telecom, beh, il risultato credo possa rasentare l’effetto cartone-animato.

Il martedì seguente trovo l’annuncio di “Mondolibri” che cerca giovani venditori, allora decido di provare, che so, sarà una libreria…
No.

Il primo giorno di prova come venditore.
Esaltante esperienza oh! ci sono solo alcuni “contro”, ma senz’altro sono tanti anche i “pro”.
Sostanzialmente il lavoro porta-a-porta mette in gioco quel meccanismo cerebrale comunemente conosciuto come coscienza, cercando di tenerlo il più quieto possibile.
Mi sono trovato affiancato da due avvenenti ragazze di cui una già navigata nel mestiere – evitiamo facili battute – mentre l’altra di nuova forgiatura, anche se subito dimostrava una spigliatezza tale da lasciarmi dubitare possa incappare in qualche problema per questo mestiere. Soprattutto perché é una bella gnocca e difficilmente, se non addirittura quasi-mai, le si può chiudere la porta in faccia, a meno che non si sia già felicemente sistemati oppure al-di-sopra di quel tipo di interesse.
Ma veniamo al dunque: Aurora, questo il nome della tutor, decide di volermi spiegare in tutto e per tutto il mestiere, non tanto per quanto riguarda chiudere i contratti, bensì per quanto riguarda il mestiere in sé: come rompere i coglioni alla gente dalle dieci di mattina fino alle tredici e 30 (circa) e dalle quindici e 30 fino alle diciotto e 30 (circa).
L’effettiva pratica ha inizio quando ancora si sta cercando il parcheggio, con un paio di giri nel quartiere scelto come campo di battaglia: Via tal-dei-tali, numero 59, 61, 61a … Poi si rivolge alla collega << Quando hai fatto, ci troviamo qui dove c’è il mercato, dove sta scritto S.P.Q.R. ok? >> e scarica la collega.
<< Passa davanti >> mi dice ed io eseguo gli ordini come il più attento degli apprendisti, sgusciando fuori dalla macchina e rinfilandomi al posto avanti.
<< Ecco, Via Caio-e-Sempronio è la nostra, numeri 41,43,45 e 47 …>> mi spiega
<< Ah-ah >> le rispondo, cercando in tutti i modi di apparire neutrale ed attento. A quel punto trova parcheggio, scende, imbottisce la sua cartelletta di tagliandi e cataloghi e si avvia con passo sicuro verso il primo palazzo-vittima.
Prima ancora di suonare ad un citofono per farsi aprire la porta dalle ignare vittime, inizia con l’estendere al sottoscritto alcune considerazioni di sicuro effetto << Vedi quel balcone con stesi panni rossi? >> mi chiede indicando un punto al quinto piano di un palazzo da cui si vedeva uno stendino carico di quello che con molta probabilità poteva essere una quantità industriale di reggiseni e mutandine color capodanno.
<< Sì? >> le rispondo con fare dubbioso
<< Là è un posto dove posso fare un contratto >> ancora mi sfuggiva il nesso (pizzo rosso = contratto).
L’arcano mi si sarebbe svelato poco dopo: le persone più esposte a cedere al contratto sono poveri studenti, spesso ancora rincoglioniti ed assonnati (le undici della mattina non sono poi così presto per molti di loro, soprattutto per quelli che la sera sono alle prese con summit trappisti). Questi vengono sottoposti ad una serie di domande a raffica e spiegazioni accompagnati dalla visione del catalogo informativo per i soci già in grado di disorientare me – sveglio dalle sette di mattina – figuriamoci loro.
Trattandosi poi di una promozione figlia di pseudo-truffe fatte in passato da altre associazioni, la gente diffida dei promotori come se si trattasse di untori.
C’è chi reagisce col metodo “testimone scomodo” << Io ‘un ne voglio sapè, io ‘un ne voglio sapè! >>, chi ti lascia parlare per qualche minuto e poi – quando comincia a capire l’antifona – risponde con un << io ‘un ne voglio sapè! >> fino ad arrivare a quelli che arrivano al momento della firma e lì si bloccano.
E’ lì il fulcro del mestiere, la chiave di volta, la soluzione del cubo di Rubik: quella firma.
Chiederla al cliente è un po’ come chiedergli un rene.
Il pomeriggio avrei avuto un altro colloquio, liquido i presunti nuovi colleghi mentre siamo nella pausa pranzo e mi catapulto dall’altra parte.

Tralascio la parte del venditore di vino, e nei particolari di quello che faccio adesso, ne scriverò poi. Ora credo di essermi dilungato troppo.
Alla prossima!
(PREsto, PROmetto).

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