Cinquantanovesimo

Spesso incappo in periodi di sterilità creativa al punto che la penna sul foglio resta immobile a guardarmi.
Poi, ogni tanto, si ripresentano angeli lontani. Lo fanno con i mezzi più imprevedibili, ed allora succede che la penna non é più un cilindro di metallo ma una creatura facente parte di me
.”

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Viene tutto più facile.

A dire il vero sto citando pezzi di corrispondenze avute con persone che non sentivo da tempo immemore e, grazie al cielo, ancora ben disposte a riprendere l’epistolare con un giovane misantropo sull’orlo di una crisi di nervi controllata.

Questo fine settimana non è successo nulla di eclatante, a parte un piccolo episodio accaduto in un viottolo in quel di Trastevere: imboccando il suddetto ad un piccolo crocevia, l’aria è stata invasa dalle inconfondibili sonorità della musica napoletana. Io odio la musica napoletana, ma in quel caso c’era qualcosa di diverso.
Una donna era seduta su di una sedia in faggio e paglia , oltre la vetrina di una minuscola galleria d’arte.
Sì, avete letto bene, più o meno come ad Amsterdam nel quartiere appropriato.
A parte l’aspetto avvenente e le calze autoreggenti in bella vista, la sua voce non manifestava nessuna sfumatura sbagliata. Soave e piena e piacevole.
Poco più in là – la galleria è veramente piccola – un uomo l’accompagnava con la sua chitarra acustica di legno laccato nero.
Ci siamo fermati pochi secondi. Ma tanto è bastato.
E’ bastato a creare un portale mentale (perdonatemi la rima) in cui per pochi secondi tutto quanto possa opprimere si sia messo da solo in un angolino in silenzio: per non disturbare quel momento.

Ed in quei pochi secondi strisce di pensieri si sono messe a fluire in vorticose trame, come le stelle filanti di carta colorata che vendono abbinate ai coriandoli.
E pensavo, sommando di volta in volta paesaggi e volti e quantità di cose acquisite nel tempo riuscendo a materializzare davanti a me quei periodi di stallo in cui nulla accade, niente accresce.

“I’m just killing time and time kill me” (sto solo ammazzando il tempo ed il tempo mi sta uccidendo) cantava una persona al limite dell’euforia esistenziale.

Sono ben distante da quella posizione. Me ne è stato concesso relativamente poco e non posso sapere il suo corso esatto. Posso sapere altre cose.

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Posso sapere di un modo di fare che mi è sempre piaciuto e col tempo andavo perdendo.
Posso riscoprire quanto nel nuovo sia semplice unire le parole e per piccoli lassi temporali possa riparlare e scavare nella mia memoria labile sorprendendomi di aneddoti ormai dimenticati.

Per questo devo ringraziare le persone che di volta in volta mi trovo di fronte. Mi ricordano, o mi aiutano a farlo.
E poi hanno il loro-da-dire. Per quanto spesso non condivida (tanto-troppo), ho imparato ad accettare, almeno finché si tratta di camminare su terreni sinceri: merce rara.

Ed ora eccomi qui, col piacere di aver riscoperto presenze importanti ed ora a portata di mano: nel controsenso città/provincia laddove ci potrebbero essere più possibilità c’è più silenzio.
Col mio guru tascabile ritrovato: chissà che cosa potrebbe mai saltare fuori.

Concludo questa come l’ho iniziata, con un altro passo di quanto scritto in queste epistolari.
Ed ora guardo la mia penna troppo presa a controllare di scrivere bene quello che ha da scrivere.

Certe volte occorre sbattere la testa contro mille cose mentre si cerca qualcos’altro lontano da dove tutto é cominciato. E poi si ritorna là. Dove qualunque cosa accada c’é sempre un porto sicuro ed una finestra che guarda un punto del cielo imparato a memoria.

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