Umori* delle feste.
Nella parte alta della penisola Italica, dove una cerchia di monti protegge la grande piana dalle altre nazioni, vi è un luogo nascosto da una coltre nebbiosa fitta e avvolgente nei mesi freddi.
Questa è la mia Mordor.
Come a volermi mostrare il suo lato più fascinoso – e solo chi ha respirato nebbia per anni può capirlo – ho passeggiato avvolto da questo naturale respiro, nel gelo dei rami brinati, nel mio essere finalmente isolato. Perché questo fa la nebbia, se ci si ferma un attimo e si aprono bene gli occhi: nella campagna, poggiando i piedi su fili d’erba croccanti di gelido cristallo, c’è solo un muro bianco da tutte le parti. E lì che io sono in un luogo, non ci sono e sono anche in tutti gli altri luoghi allo stesso tempo.
Come un pavone apre la propria coda per dare dimostrazione della sua bellezza, così Mordor ha aperto le chiuse della propria nebbia, ha raccolto tutto il gelo che poteva offrirmi, ha dipinto a desolazione un luogo lasciato tempo fa, sbattendomi in faccia la cruda realtà: qui, caro Nicola, non è per te. Posso coccolarti, ma le mie mani saranno sempre di forbice ed una carezza, anche se non lo voglio, può farti male.
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