Siamo solo di passaggio e mai nessuno che pulisce

Categoria: misantromia Pagina 9 di 12

Sessantaseiesimo

Altre origini: le fonti di un’idea. Passo II.

E se guarderai a lungo nell’abisso anche l’abisso vorrà guardare in te.

Non è veramente coraggioso colui che teme di sembrare od essere, quando gli conviene, un vile.

Dichiarare la propria viltà può essere un atto di coraggio.

Sessantaquattresimo

Altre origini: le fonti di un’idea. Passo I.

La conversazione è feconda soltanto fra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.

Il male, al contrario del bene, ha il duplice privilegio di essere affascinante e contagioso.

Quando si sa che ogni problema è un falso problema si è pericolosamente vicini alla salvezza.

Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora delle illusioni sul loro conto, dovrebbe essere condannato alla reincarnazione.

Sessantunesimo

I – l’ansia.

Giacca beige, pantaloni neri, maglione nero, cintura nera – senza arti marziali in mezzo – capelli in ordine: cappotto chiaro o scuro?
Scuro? Scuro.
Andrò bene così? Cazzo, manco avessi un appuntamento con Cindy Crawford. Sì, però in che posto dovrò mai andare?
Dai che è tardi, tirati insieme.
<< Ragazzi, vado. Se torno per tempo ci rivediamo, altrimenti: a domani >>.
<< Ciao Nicò, buona serata >>.

II – l’attesa

Quando hai fretta e aspetti la metropolitana, per quanto questa possa avere dei passaggi frequenti sembra che quei minuti sul display non vogliano proprio passare mai.

Sessantesimo

Maledetta tecnica.

Scrivo raramente in versi. Almeno, negli ultimi 800 giorni circa in versi ho scritto poco.

Quando lo facevo, lo facevo senza cognizione del campo in cui mi stavo cimentando.

Ho avuto giorni da dedicare a quest’arte che comunque condivido in parte. E allora, per una volta sto alle regole.
E no, non schiedo scusa per la rima questa volta.

Cinquantanovesimo

Spesso incappo in periodi di sterilità creativa al punto che la penna sul foglio resta immobile a guardarmi.
Poi, ogni tanto, si ripresentano angeli lontani. Lo fanno con i mezzi più imprevedibili, ed allora succede che la penna non é più un cilindro di metallo ma una creatura facente parte di me
.”

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Viene tutto più facile.

A dire il vero sto citando pezzi di corrispondenze avute con persone che non sentivo da tempo immemore e, grazie al cielo, ancora ben disposte a riprendere l’epistolare con un giovane misantropo sull’orlo di una crisi di nervi controllata.

Cinquantasettesimo

Saricorde (Versione mordoriana del romagnolo “Amarcord“)

E’ bello quando riprendi in mano vecchi appunti, vecchi file, magari per dargli una sistemata, magari per cercare l’incipit perfetto al capitolo che mancava.

Oppure per rileggere parti di te.

L’altra sera, prima di uscire, mi é capitato di trovare vecchi scritti, e tra le annotazioni questa. Motivo di quindici secondi di risata solitaria.

Cinquantacinquesimo

Noi abitiamo vicino ad una delle più gettonate discoteche romane.
Soprattutto per la serata – tanto cara all’On. Guadagno, in arte Luxuria – del Muccassassina.

muccassasina

Succede allora che spesso ci troviamo il nostro posto auto, sebbene numerato e affisso di cartello indicativo, occupato da sconosciuti.

Cinquantaduesimo

Del cinque gennaio.

La maggior parte delle giornate scivolano via come l’acqua della doccia sulla pelle.
Nascono e si spengono in albe e tramonti intervallati da eventi di routine, di quotidianità distratta, di già visto, automatico.
Altri eventi fanno in modo di arricchire o impoverire il nostro stato d’animo a fine giornata, così si possono fare i conti ed annoverare tra quelle “sì” o “no” la “appena-passata”.
Ma come in ogni cosa, la consuetudine dell’ordinario si spacca, di tanto in tanto, con eventi meno ordinari. Questo non significa per nulla si possa trattare di bello o brutto.

Cinquantunesimo

Umori* delle feste.

Nella parte alta della penisola Italica, dove una cerchia di monti protegge la grande piana dalle altre nazioni, vi è un luogo nascosto da una coltre nebbiosa fitta e avvolgente nei mesi freddi.
Questa è la mia Mordor.

Come a volermi mostrare il suo lato più fascinoso – e solo chi ha respirato nebbia per anni può capirlo – ho passeggiato avvolto da questo naturale respiro, nel gelo dei rami brinati, nel mio essere finalmente isolato. Perché questo fa la nebbia, se ci si ferma un attimo e si aprono bene gli occhi: nella campagna, poggiando i piedi su fili d’erba croccanti di gelido cristallo, c’è solo un muro bianco da tutte le parti. E lì che io sono in un luogo, non ci sono e sono anche in tutti gli altri luoghi allo stesso tempo.

Come un pavone apre la propria coda per dare dimostrazione della sua bellezza, così Mordor ha aperto le chiuse della propria nebbia, ha raccolto tutto il gelo che poteva offrirmi, ha dipinto a desolazione un luogo lasciato tempo fa, sbattendomi in faccia la cruda realtà: qui, caro Nicola, non è per te. Posso coccolarti, ma le mie mani saranno sempre di forbice ed una carezza, anche se non lo voglio, può farti male.

Cinquantesimo

Vado in ferie.

Torno a MORDOR.

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